lunedì 15 aprile 2013

Il pianeta "indie" e gli altri


Frequento da qualche tempo il mondo degli scrittori indipendenti, cioè gli autopubblicati che utilizzano gli strumenti messi a disposizione da internet (KDP, smashwords, ecc.) per accedere - o tentare di farlo - a un pubblico di lettori irraggiungibile per chi non ha la distribuzione garantita da una casa editrice. Ho letto diversi lavori e alcuni li ho recensiti su questo blog, dunque posso dire di essermi fatto un'idea della produzione indie nel suo complesso.
Premesso che in questo settore, come in qualunque altro, sarebbe scorretto generalizzare, è possibile individuare alcune caratteristiche comuni. Le positive sono una certa ricchezza di idee, come ho fatto notare nelle recensioni. Le negative riguardano l'auto-editing. Lo scrittore indie deve arrangiarsi da solo perché non può contare su una revisione professionale, ma troppo spesso non lo fa e la conseguenza è che il prodotto ha una qualità di tipo amatoriale.
Vorrei soffermarmi su questo aspetto perché capita di leggere affermazioni (di parte) secondo cui la produzione indipendente non ha nulla da invidiare a quella degli editori veri. Dissento fermamente perché anche questa è una generalizzazione: non si può mettere sullo stesso piano chi esercita la scrittura come un hobby, scrivendo (letteralmente) come parla, e chi tenta di farne un lavoro vero, in cui - come si suol dire - l'1% è ispirazione e il 99% traspirazione, cioè fatica, impegno, tempo. Pensare (e scrivere) che non esiste differenza tra le due categorie sarebbe fare un torto all'intelligenza del lettore: peccato imperdonabile, evidentemente, per uno scrittore o aspirante tale.
Su questo blog trovate quattro recensioni. Nei libri che ho commentato, le idee mi sembrano migliori della loro realizzazione, ma trovo che la forma rispetta uno standard minimo di qualità. Su altri due lavori indie, invece, non scriverò commenti né citerò gli autori perché desidero potermi esprimere senza offendere nessuno. Nel primo caso, mi sono fermato dopo cinque pagine perché le scelte lessicali sconfinano nell'umorismo involontario (in un'opera che non ha un tema umoristico). Nel secondo, sono arrivato fino alla fine perché la storia mi piaceva, ma ho avuto l'impressione di leggere un lungo componimento di terza media, non un romanzo breve.
Insomma, ciascuno ha il diritto (costituzionalmente garantito) di scrivere e leggere ciò che gli garba, ma non di farsi prendere sul serio quando afferma che un autore di successo è uguale al Pinco Pallino che scrive "pò" con l'accento. E l'argomentazione che in fondo i libri "indie" costano poco è inconsistente: il tempo richiesto al lettore vale più dei soldi spesi per l'acquisto, che si tratti di 1 o 10 euro.
Per crescere, secondo me, l'autore "indie" italiano deve lavorare di più, senza piangersi addosso né chiedersi perché gli editori cattivi trascurano i suoi capolavori e preferiscono puntare su Grisham (sotto, la copertina di uno dei suoi bestseller).

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