domenica 17 novembre 2013

Una favola sul coraggio



L'orologio con le ali è un passato tragico e un presente che tenta di afferrarne il significato. È guerra, memoria, paura, coraggio, sacrificio, riscatto. Sono i sogni e gli incubi di un giovane Paracadutista lanciato sulla Normandia nel 1944 e quelli di un bambino e di un padre che vivono ai giorni nostri. È un coro struggente che rimbalza tra le gradinate di uno stadio e le lapidi di un cimitero. È un viaggio nel tempo sulla più classica tra le macchine del tempo: un orologio, smarrito la mattina del D-Day e riemerso settant'anni più tardi sul catalogo di un'asta. Fragile, graffiato, con le lancette arrugginite e il quadrante scolorito, eppure capace di misurare un tempo che non è quello limitato degli uomini. Alla domanda "Che ora è?" la risposta dell'Orologio con le ali è "Per sempre".


Mesi fa, un frequentatore del gruppo Facebook The Day The Devils Dropped In, che prende il nome dal bel libro di Neil Barber dedicato alle imprese del 9. Battaglione Paracadutisti in Normandia, ha commentato così la notizia di un romanzo ispirato a quelle vicende: "Pensavo che fosse sufficiente la realtà". In effetti, se L'orologio con le ali fosse un semplice tributo alla memoria, sarebbe superfluo. Basta un viaggio in Normandia per rendersene conto, e non solo quando vi si celebrano gli anniversari del D-Day. I visitatori dei musei e dei cimiteri di guerra sono numerosi in tutti i periodi dell'anno e appartengono ad ogni fascia d'età. Se sono presenti i veterani, l'interesse si trasforma in qualcosa di diverso: gratitudine, stupore, commozione, ammirazione. La richiesta di farsi fotografare con uno di loro, le domande di dediche o autografi garantiscono che la memoria è al sicuro, insieme con la realtà storica.
Però, come ho fatto notare nell'introduzione, "a volte la verità è troppo grande per confinarla in un libro o in un sito internet, così grande che viene la tentazione di lasciarle varcare i limiti della storia, libera di diventare una favola". Dunque ho scritto una favola, dedicandola al coraggio: quello estremo dei combattenti e quello - più quotidiano e familiare - di un bambino e di un padre in lotta con i brutti ricordi.
Lo scopo? Restituire un senso a una parola che tende a logorarsi e a perdere significato, come accade a tutte le espressioni inflazionate. Basti pensare al coraggio di Felix Baumgartner, paracadutista dell'estremo che ha battuto ogni record tuffandosi nel vuoto da 39.000 metri. Un eroe nell'accezione contemporanea del termine. L'autore di una bravata lautamente retribuita e mediatizzata quanto inutile, se paragonato ai volontari che, settant'anni fa, si lanciarono da 600 metri in territorio nemico, rischiando la vita per accendere la prima speranza di riscatto in un Paese oppresso; o ai civili che aiutarono i liberatori sfidando la tortura e il plotone d'esecuzione.
L'orologio con le ali tenta di ridefinire il coraggio, ma non ha la pretesa di riuscirci. A un certo punto, nel leggere le peripezie del nonno partigiano, Cédric - protagonista contemporaneo della vicenda - si chiede chi sarebbe stato lui settant'anni prima, se avrebbe avuto il coraggio di esporsi a rischi simili. Domanda senza risposta. Per lui, per l'autore di questa favola e, con ogni probabilità, per molti di coloro che la leggono. Perché il coraggio è un mistero di cui è possibile descrivere e ammirare i risultati, mentre le sue radici sono così profonde che forse nemmeno gli uomini del 9. Battaglione della Divisione Aviotrasportata britannica ne conoscevano l'esistenza prima di scoprirle in fondo al cuore.


Vorrei chiudere con due parole sull'immagine qui sopra. Il luogo, ben noto agli appassionati di calcio, è Anfield Road, stadio del Liverpool Football Club. L'anno è il 1987, cioè più o meno quando il giovane Cédric assiste a una partita dai gradoni del Kop (Capitolo 2). E il tipo in giacca e cravatta sono io, in veste di reporter del Guerin Sportivo. Ho scelto questa foto perché sopra il cancello appare il titolo della canzone che fa da colonna sonora al racconto e perché sul bavero della mia giacca è appuntato il papavero-simbolo dell'omaggio ai caduti di guerra che mi aveva regalato il fotografo (inglese) con cui viaggiavo. Insomma, forse non so esattamente cos'è il coraggio ma credo di avere capito cos'è la predestinazione. Proprio come Cédric.


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