martedì 2 dicembre 2014

Mamma mia! Il ritorno degli Abba


A volte, la revisione del passato risponde a esigenze di correttezza politica. Esempio: per non urtare la suscettibilità dei tedeschi, è ormai usuale attribuire le malefatte degli Anni 1939-1945 ai "Nazisti". A me suona strano perché non ho mai sentito mia madre, che ha vissuto gli anni dell'occupazione, pronunciare la parola "Nazisti". Per lei erano tedeschi, punto e basta. Pazienza. Il bene supremo della riconciliazione giustifica qualche licenza.
Altre volte, la revisione ha finalità opposte, cioè punta a correggere gli errori commessi in nome della correttezza politica. Prendiamo gli Abba. Dopo il successo del musical e del film Mamma mia, che non ho visto perché mi irritano le storie in cui i protagonisti, per ragioni che mi sfuggono, smettono di parlare per mettersi a cantare, il gruppo è diventato oggetto di culto e i suoi componenti si sono trasformanti agli occhi del mondo in ciò che non erano stati né durante la loro carriera né nei dieci anni successivi allo scioglimento. Instancabili perfezionisti, maghi dell'arrangiamento, innovatori, autori (i maschietti) di melodie immortali che hanno accompagnato due generazioni, interpreti (le ragazze) eccezionalmente dotate, e così via. Non passa mese senza che uno dei network francofoni o anglofoni visibili a casa mia mandi in onda una biografia del gruppo, interviste di ieri e di oggi, filmati di concerti degli Anni 70, il tutto accompagnato dalle riflessioni nostalgiche di critici e fan sulla grandezza dei quattro.


Ha tutta l'aria di un risarcimento, più che di una revisione. Chi ha la mia età potrebbe ricordare com'era trattata la produzione del gruppo dalla quasi totalità della critica italiana. Solo recentemente, attraverso le ricostruzioni di cui sopra, ho imparato che all'estero non andava meglio. Musica "commerciale", era l'insulto ricorrente. Come se il successo non fosse in cima alle ambizioni degli altri gruppi e cantanti. Perfino nella loro Svezia una parte degli addetti ai lavori aveva ostracizzato Agnetha, Benny, Björn e Anni-Frid. Che si consolavano con i milioni di dischi venduti, ma un po' ci soffrivano.
Perché questo livore? Invidia? Anche, ma direi soprattutto conformismo. Quello di un epoca in cui i musicisti avevano l'obbligo di essere "impegnati" e di "portare avanti un discorso", naturalmente "nella misura in cui". Tic lessicali e comportamentali degli Anni 70, spariti senza lasciare tracce se non nel ricordo di chi ne è stato testimone diretto come il sottoscritto.
A questo proposito, devo confessare che, come altri diciottenni ansiosi di integrarsi, non avevo la forza di pensare con la mia testa e di ascoltare con le mie orecchie. Avevo sì un 45 giri degli Abba - proprio Mamma mia - ma non mi passava nemmeno per la testa di comprare un LP. Che figura ci avrei fatto con gli amici? Così, oltre ai Pink Floyd e ai King Crimson che mi piacevano davvero, mi sentivo in obbligo di ascoltare conati artistici "impegnati" e pallosissimi con la puzza sotto il naso di chi commisera dall'alto le frivolezze della "musica commerciale". Degli Abba era consentito discutere solo per fantasticare su una notte con Agnetha, la bionda del gruppo.
Adesso molti dicono che gli Abba erano grandi, ma quasi nessuno può pronunciare il classico "Io l'avevo detto".

 

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