lunedì 9 febbraio 2015

Letture incompiute


Uno delle esperienze più sgradevoli che possano capitare a un lettore è rendersi conto di aver acquistato un libro illeggibile. Non illeggibile in assoluto, intendo. Illeggibile per chi lo ha comprato, convinto dalle recensioni favorevoli, dal consenso dei lettori, dal numero delle citazioni nei club virtuali di lettura, dalla fama dell'autore. Tutti argomenti validi, in teoria. Poi si comincia a leggere e, per un po', la suggestione esercitata dalla reputazione fa effetto. Anche perché è difficile ammettere di aver buttato via dei soldi. Presto o tardi, però, il ritmo cala e, se siamo distesi sul letto a tarda ora, le palpebre si appesantiscono, la tentazione di allungare la mano verso l'interruttore della luce diventa irresistibile. Allora proviamo a stringere i denti, incoraggiati dalla convinzione che ci sarà un motivo se il romanzo piace a tanti. Ma i giorni e le notti passano, il clic dell'interruttore risuona sempre più presto. Fino alla resa, triste e inevitabile come la constatazione che tra noi e quel libro c'è l'incompatibilità spesso invocata nelle cause di divorzio.
A me è capitato una decina di volte negli ultimi cinque anni. Romanzi cominciati, abbandonati, ripresi nella speranza di vederli sotto una luce diversa, abbandonati di nuovo. Dieci volte non sono tante, ma nemmeno pochissime. Quindi ho trovato logico chiedermi cosa fa scattare il rifiuto. C'è un denominatore comune strettamente personale? Forse sì. Mi risultano indigesti i libri in cui ho l'impressione che lo stile prevalga sulla storia. Che l'autore conti più dei personaggi. Che le sue riflessioni e la sua visione del mondo irrompano sulle pagine con una frequenza superiore alla pubblicità nelle Tv commerciali, e altrettanto molesta.
Scrivere un buon romanzo, secondo me, è raccontare bene una storia interessante, originale, emozionante, credibile nel senso che risponde a una logica interna. E "raccontare bene" significa scrivere semplice, veloce, chiaro, senza divagare.
Sotto questo profilo, le letture recenti che ho amato di più mi sembrano esemplari. Pur lontani l'uno dall'altro per argomento, ambientazione storica, tono e tecnica narrativa, "The Help" di Kathryn Stockett e "The Guernsey Literary and Potato Peel Pie Society" di Mary Ann Shaffer e Annie Barrows mi hanno regalato emozioni di intensità uguale e ritardato diverse volte l'appuntamento con l'interruttore della luce. Merito di vicende e personaggi così ben concepiti da spingere in secondo piano il talento non comune delle autrici.


E le letture incompiute? Ce n'è una che mi imbarazza più di altre. Ci tenevo a leggere "The book thief" di Markus Zusak, best-seller internazionale premiato dalla critica e dai lettori di goodreads con giudizi entusiastici. Ci ho provato due volte, senza successo. Le ragioni sono quelle citate sopra. Però devo ammettere che mi sento a disagio, in crisi d'identità. Mosca bianca? Lettore rozzo, superficiale, insensibile alle finezze stilistiche? Non lo so. Temo che dovrò accontentarmi del film, nella speranza che la sceneggiatura sia aderente alla trama originale come quella tratta da "The Help". 

  

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