giovedì 30 luglio 2015

L'agguato di Psycho

Vivo da tempo all'estero e, quando torno in Italia, non ho bisogno di segnali per capire che ho attraversato il confine. Ad avvertirmi ci pensa Psycho. Psycho appartiene a un'etnia che si è insediata sulle autostrade italiane, trovandole evidentemente più consone di altre alle proprie abitudini. Psycho mi attende con una mano sul volante - o sulla tastiera dello smartphone, dipende - e l'altra, la principale, sulla levetta degli abbaglianti. Psycho è il pilota di un missile terra-terra nero, normalmente di fabbricazione tedesca, con i vetri oscurati. Psycho pattuglia la terza corsia e sa che non ho scampo. Se anche si distraesse, ci sarebbero altri due, cinque, dieci Psycho pronti a braccarmi e a punire l'arroganza con cui occupo il loro territorio per compiere un sorpasso senza superare i 135km l'ora. Pochi attimi e lo vedo nello specchietto, il vendicatore che si avvicina rapido e inesorabile fino a mezzo metro dal paraurti. Poi tira la levetta e, wham!, il bianco abbacinante dei fanali allo xeno è il colore di un invito senza appello: togliti dai piedi, omuncolo. Allora affretto il sorpasso e mi faccio da parte. È chiaro che ho torto. Le sostanze di cui si nutre Psycho gli danno una percezione del pericolo - e della realtà - nettamente migliore della mia. E anche se, per assurdo, avessi ragione io, meglio evitare proteste perché quelle stesse sostanze lo rendono poco incline al dibattito.
Nei successivi 200 chilometri incontro altri due Psycho e la sequenza si ripete. Per fortuna nessuno dei due usa armi da fuoco al posto degli abbaglianti e me la cavo senza altri danni che il senso di colpa per aver ostacolato il loro cammino. Ora sono a casa, sano e salvo. Saranno tornati a casa anche loro, felici di aver ripulito la terza corsia. Non più Psycho ma affettuosi Norman Bates che accarezzano il cadavere impagliato del loro doberman.


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