Un racconto: La coincidenza


La somiglianza salta agli occhi e lo disorienta come l’incontro con un parente prossimo all’altro capo del globo...

Quando è riuscito a prendere la coincidenza, Claudio non immaginava di arrivare così lontano. Un racconto da leggere in treno e non solo. Buon divertimento!





LA COINCIDENZA




Alla faccia della primavera. Fa freddo, un gelo umido da mese di novembre. E Claudio si dà dell'imbecille. Colpa sua: si è vestito guardando il calendario invece delle previsioni del tempo. Ci voleva un giaccone imbottito, non l’impermeabile da mezza stagione. Invece si ritrova intirizzito con le mani in tasca, le spalle incurvate nella postura istintiva di chi lotta per opporsi alla fuga dell’ultima briciola di tepore dal petto, gli occhi puntati verso il fondo del binario per scorgere i fanali della locomotiva attraverso le lenti degli occhiali punteggiate dalle goccioline di una foschia sporca che avvolge tutto, le luci al neon ancora accese, il cemento delle pensiline, le rotaie. Avrebbe potuto alzarsi più tardi, evitare il bagno nel vapore glaciale e prendere il treno successivo. Ma sarebbe stato rischioso: dieci minuti di ritardo e addio coincidenza per Milano. Così invece arriverà con un’ora e mezzo d’anticipo sul convegno, quando non ci sarà ancora nessuno con cui fare due chiacchiere, a parte gli addetti alle pulizie. Inutile recriminare. Meglio rassegnarsi e fare attenzione la prossima volta. Mai più tra i primi relatori della giornata, a costo di rompere le scatole tutti i giorni alla segreteria dell’organizzazione.

Il cigolio dei freni è perfino più fastidioso dell’aria densa, mentre i vagoni sfilano davanti a Claudio: 5, 6, 7, 8… Deve fare qualche decina di metri per raggiungere il suo. Meglio così, un’occasione per scaldarsi. Non c’è coda davanti alle porte che si spalancano con uno sbuffo secco, pochi viaggiatori in attesa e ancora meno quelli che scendono. Normale, alle sette di un sabato mattina. Claudio sale i gradini che lo portano all’interno ripetendosi che sarebbe stato più saggio mettersi qualcosa di pesante addosso, piuttosto che nella valigetta: tra desktop, agenda stracolma di post-it e raccoglitori saranno almeno tre chili.

Cammina tra le file delle poltrone, incrociando qualche lettore di giornali, un paio di ragazzi con lo sguardo assonnato e i fili degli auricolari che spuntano dalle orecchie – l’ultima razione di decibel dopo la notte in discoteca? –, una giovane coppia con un bambino addormentato sul sedile di fronte. Una decina di persone, non di più. A giudicare dai numeri che legge sulle targhette accanto ai finestrini, il suo posto dev’essere in fondo. Mano a mano che avanza, un suono cattura la sua attenzione: una voce femminile concitata, frasi a raffica soffocate nel tentativo non del tutto riuscito di arginare il volume entro limiti compatibili con la privacy e con il rispetto per gli altri passeggeri. Poi una pausa e un insulto rabbioso – “Sei una stronza!” – seguito dal silenzio. Claudio non ha il tempo di chiedersi che succede perché la risposta arriva quasi subito, alla penultima fila. Una ragazza sta chiudendo il telefono portatile, lo sguardo rivolto fuori dal finestrino. Il posto prenotato è proprio davanti a lei, ma non c’è motivo di viaggiare due ore con le gambe rattrappite. È libero anche il sedile accanto e Claudio vi si siede: “Buongiorno.” “Buongiorno”, risponde lei con un filo di voce, alzando gli occhi senza vederlo per poi girarsi di nuovo. Claudio apre la valigetta, ne estrae il desktop, lo appoggia sul minuscolo tavolino che ostacola ogni movimento, scomoda cintura di sicurezza metallica più che punto d’appoggio, e lo accende. Meglio dare un’ultima occhiata agli appunti.

Mentre si chiede se il sistema operativo, più lento del solito ad avviarsi, ha sofferto il freddo quanto lui, osserva la sua compagna di viaggio. Avrà diciotto anni ed è carina. Non appariscente ma carina. Abbastanza alta, per quanto si può capire vedendola seduta, snella, una t-shirt rosa sotto una giacca blu con cintura di stoffa, gli immancabili jeans. I capelli, corti e scuri, incorniciano un viso leggermente allungato o che dà l’impressione di esserlo perché gli elementi orizzontali – labbra sottili e occhi castani, più profondi che grandi – sembrano troppo timidi per imporsi su quelli verticali: il naso affilato con un brillantino nella narice sinistra, la curva rapida del mento che lascia scoperta buona parte di un collo esile. Il rossore delle guance e degli occhi tradisce lo sforzo di non cedere al pianto. Ogni tanto la ragazza si passa gli indici sotto le palpebre per assicurarsi che non ne sia spuntata una goccia in grado di minacciare la linea sottile tracciata con l’eyeliner. Poi apre uno zainetto sovraccarico di disegni troppo colorati per la sua età ed estrarne un iPod, che appoggia sul tavolino davanti a sé, accanto al cellulare. Tamburella sul display con l’indice, ma cambia subito idea, si toglie gli auricolari e afferra un libro incastrato tra lo zainetto e il bracciolo della sua poltrona, con il dorso all’ingiù. Lo apre, lo richiude e guarda nuovamente fuori dal finestrino, sfiorandosi ancora gli occhi con un dito. Il panorama non deve esserle di gran conforto: poche ombre infreddolite che si muovono accanto al treno del binario accanto, chi per salire e chi per raggiungere il sottopassaggio, ansiose di trovare rapidamente un rifugio. Poi si solleva la manica sinistra della giacca per leggere l’ora e Claudio lo nota.

Non il piccolo tatuaggio sul polso. L'orologio. La somiglianza salta agli occhi e lo disorienta come l’incontro con un parente prossimo all’altro capo del globo. Identico, si direbbe. Il braccialetto d’acciaio con le maglie rettangolari che si restringono avvicinandosi alla fibbia, la superficie opaca che sembra trattenere la luce invece di rifletterla, le viti sull’anello metallico intorno al vetro, un quasi cerchio spezzato da lati arrotondati che gli suggerisce – adesso come allora, tanto tempo fa – l’immagine di un oblò fissato alla fiancata di una nave, le lancette bianche e sottili sul fondo scuro. Uguale e inconfondibile anche per uno come lui che non è un maniaco come Guglielmo, il collega che ama punzecchiare chiedendogli se il cipollone d’oro gli serve per farsi invidiare dagli altri o per non dover invidiare – almeno in quello – i clienti a sei zeri. Impossibile distinguere tutti i particolari da quella distanza, ma l'unica differenza potrebbe essere la taglia, forse più ridotta di quanto ricordava.

Claudio distoglie lo sguardo solo quando la musichetta lo avverte che il computer si è svegliato. Apre il file della sua relazione e si mette a leggere, ma non riesce a concentrarsi. Chiederglielo o no? Il dilemma è accompagnato da un sospiro che sembra un singhiozzo. La ragazza deve essersi resa conto che Claudio l’ha sentita e avvicina il volto al finestrino fino a sfiorarlo con la tempia, come per nascondersi. Poi prende un fazzoletto di carta dallo zainetto e si asciuga frettolosamente la guancia perché adesso la lacrima, una sola e silenziosa, è scesa davvero. Ovvio che non è il momento migliore per rivolgerle la parola. Claudio finge di non vederla e, mentre il treno si mette in movimento, riprende la lettura. Bolle speculative, flop dell’economia di carta, fragilità della ripresa. Il testo funziona e dovrebbe rispettare i limiti di tempo. Venti minuti, non uno di più. Ora basta ripercorrerlo mentalmente senza l’ausilio del monitor. Un relatore che parla rivolto al pubblico è più convincente di uno che legge. Mentre memorizza i passi salienti, si ritrova a fissare l’orologio. Senza rendersene conto, all'inizio. Poi gli sembra di vedersi dall’esterno, come lo spettatore di un film, e ha un sobbalzo. È cambiato tutto: il luogo, la situazione, la ragazza che ha davanti. Eppure sta facendo esattamente ciò che faceva una volta: guarda un orologio – stesso modello, a quanto pare – mentre cerca le parole giuste.

La sua vicina di posto sta passando un dito sul display dell’iPod come per pulirlo. Nient’altro, gli auricolari sono appoggiati sul tavolino. Il momento giusto? Se non lo è, poco male. Lei glielo farà capire e lui tornerà al suo lavoro.  

Senta…

Sì?…” Viso tirato, nemmeno l’ombra di un sorriso ma ora gli occhi sono quasi asciutti.

Ho notato il suo orologio, è bello.”

Grazie.”

Posso vederlo da vicino?”

Non so… Perché?”. Ha l’aria perplessa, si starà chiedendo chi è il tipo che le sta davanti, se è prudente continuare la conversazione. Giacca e pantaloni scuri, camicia bianca, cravatta, occhiali, capelli brizzolati, valigetta e computer da professionista. Ho l’aria di una persona perbene, si dice Claudio, ma non si sa mai. Infatti la ragazza getta una rapida occhiata verso il centro della carrozza. Le voci che sente, c’è anche quella del bambino che si è svegliato e pare intenzionato a dare del filo da torcere alla mamma, sembrano rinfrancarla e lo sguardo sembra più curioso che diffidente.

Perché mi sembra identico a quello che portava una mia conoscente. Ma non ha importanza, era solo una curiosità. Mi scusi.”

Claudio sfiora il sensore del desktop per cercare il punto da dove riprendere la prova generale, ma pochi istanti dopo la voce della ragazza lo interrompe: “Va bene così?” Ha appoggiato il polso sinistro sul tavolino come per invitarlo a esaminare l’orologio. Deve aver pensato che accogliere quella richiesta bizzarra le permetterà di distrarsi.

Lui si toglie gli occhiali e piega il busto leggermente in avanti. A colpirlo, sulle prime, è il tatuaggio che spunta da sotto il braccialetto. Qualcosa con le ali, si direbbe. Forse un angelo. Poi osserva l’orologio. La prima impressione era giusta: identico. Si vede che lo fanno ancora dopo tutti questi anni. Avrà avuto successo. “Grazie.”

Allora, è proprio uguale?” Claudio nota qualcosa di singolare nello sguardo della compagna di viaggio: il capo appena inclinato in avanti fa sì che gli occhi appaiano orientati dal basso verso l’alto, con il risultato che il tono lievemente inquisitorio della domanda viene mitigato da un’espressione nella quale si legge una curiosità genuina ma non aggressiva. Chissà se è un vezzo, un tic o magari un difetto visivo. Comunque l’effetto non è sgradevole. Indefinibile, piuttosto. Una familiarità dai contorni vaghi che si dissolvono prima che sia possibile metterli a fuoco.

Direi di sì, ma potrei sbagliarmi. Sono passati più di venticinque anni.”

“Lei ricorda un orologio che ha visto venticinque anni fa? Vorrei la sua memoria, mi farebbe comodo per gli esami.”

“Maturità?”

“Primo anno d’università. Sto tornando a casa per il weekend. Ma lei ricorda tutti gli orologi che ha visto?”

“No, ci mancherebbe. Questo è un caso particolare. Non è l’orologio che mi ricorda qualcosa, è la persona che lo portava.”

“Doveva essere una persona importante.” La voce della ragazza lo disturba un po’, adesso che è quasi riuscito a sostituire il suo volto con quello di Laura. E lei se ne accorge: “Mi scusi, è una domanda indiscreta.”

“Temo di essere stato più indiscreto io, prima.”

“Non si preoccupi. Adesso va meglio.”

“Mi fa piacere. Vuol dire che non era grave.”

“Una litigata con mia madre, una delle tante. Passerà anche questa.”

“Ne sono sicuro. E poi ricomincerà”.

“Grazie per l’incoraggiamento...”

“Non glielo auguro, stia tranquilla. Parlo per esperienza. Ho un figlio, è più giovane di lei ma litighiamo anche noi. A volte è difficile capirsi.”

A volte? Con lei è sempre così. Mi soffoca, non mi lascia vivere.” Le lacrime sono dimenticate, la vicina di posto è diventata combattiva, l’ira repressa sembra in procinto di diventare uno sfogo e lui, Claudio, è l’unico interlocutore disponibile. Peggio per me, si dice; così imparo ad attaccare discorso con un’estranea.Forse è solo apprensiva, vuole proteggerla.”

“Proteggermi… Non le piace il mio ragazzo e allora ha deciso che non deve piacere neanche a me. Ecco il suo modo di proteggermi.”

Pare che sia un problema diffuso. Ho un paio di clienti che vengono a sfogarsi con me in ufficio: quella scema della ragazza di mio figlio, quel cialtrone del fidanzato di mia figlia... A volte sono tentato di chiedergli se hanno affrontato l’argomento anche in casa. Poi mi trattengo e gli ricordo che dovremmo parlare dei loro investimenti. Almeno sua madre è sincera, glielo dice in faccia.”

Già, bella consolazione. Che rompiballe. Dev’essere nata vecchia.”

In che senso?”

Vede tutto grigio. Ordine, disciplina e basta. Meno male che adesso studio lontano da casa, così ci vediamo meno.”

E suo padre?”

Con lui vado più d’accordo, non è così assillante. Forse perché è spesso in giro per lavoro. Ma io spero che sia perché mi rispetta più di lei. Una volta o l’altra glielo voglio chiedere: la mamma è mai stata giovane?”

Certo che è stata giovane. Come tutti.”

Boh…

Non ci crede?

Sì, per forza. Avrà avuto vent’anni anche lei, solo che non se lo ricorda.”

Forse non è così. Provi a chiederglielo.

A che servirebbe?”

Ad avvicinarvi di più.”

“Ne dubito.”

Perché?”

Non ce la vedo a scendere dal suo piedistallo.

Cocciuta, non c'è che dire. E Claudio comincia a sentirsi in dovere di difendere la categoria dei genitori. Davanti a lui non c’è più una ragazzina viziata che inveisce contro la mamma per motivi futili, ma Matteo, il suo Matteo, onnisciente Torello Scatenato che sfida il mondo a testa bassa, prendendo a cornate la logica, i mulini a vento e un oscuro consesso di poteri maligni che va dall’establishment in generale alla prof di matematica, passando non di rado per il padre benpensante e conservatore. Battaglie interminabili, vane ed estenuanti, ma guai a Claudio se rifiutasse di battersi perché perderebbe il rispetto di suo figlio. Dunque è allenato, preparato. E la forza dell’abitudine gli dice che non può darla vinta alla versione femminile di Matteo, anche se è un’estranea che tra un’ora e mezzo uscirà dalla sua vita senza lasciare traccia. Per di più la strategia giusta ce l’ha sotto gli occhi. È lì, al polso della ragazza. La tentazione è forte: un po’ per il gusto di mettersi in cattedra e insegnarle qualcosa di utile, ammesso che lei abbia voglia di ascoltarlo, e un po’ perché la porta che quell’orologio gli ha socchiuso alle spalle lo invita a tornare indietro per dare un’occhiata. Cosa c’è là dentro? Cos’è rimasto?

“Lei quanti anni ha, diciotto?”

“Diciannove, quasi venti.”

“Io avevo la stessa età.”

“Quando?”

“Quando ho conosciuto quella ragazza, quella dell’orologio. E ricordo quasi tutto.”

“Si vede che è stata una bella storia….”

Non nel senso che intende lei.”

La ragazza si sposta verso il bordo del sedile appoggiando i gomiti sul tavolino, mentre l’inclinazione in avanti del capo aumenta appena: forse lo fa per concentrarsi, come chi appoggia il mento sul palmo della mano. O semplicemente per sentire meglio perché Claudio parla a voce bassa. Il fastidio che non riusciva a nascondere poco prima, quando – facile immaginarlo – si stava chiedendo quando avrebbe smesso di importunarla il noioso supplente di sua madre, si dissolve. Silenziosa e attenta, si muove solo – due o tre volte – per allungare la mano verso il portatile e rifiutare le chiamate in arrivo. È ovvio, pensa Claudio, che non si aspettava di sentire un professionista di mezza età descrivere emozioni da matricola universitaria. Parlare di un sogno breve e lontano, cominciato una mattina di dicembre stranamente tiepida, due ore passate su una panchina con la compagna di corso conosciuta una settimana prima, a confidarsi problemi, sogni, ansie, speranze. Di una passeggiata fino alla stazione, lui tornava a casa per passare il Natale in famiglia, lei lo invitava alla festa di Capodanno e a lui sembrava di volare. Possibile che le piacesse quel compagno di corso magro e timido che non sapeva sorridere e faticava perfino a guardarla negli occhi, al punto che, quando le parlava, gli capitava di contemplare il suo orologio, punto di riferimento inanimato ma non del tutto, con la lancetta dei minuti apparentemente immobile ma che, a guardarla bene come riesce a fare solo uno che non sa cos’altro fissare, ogni tanto si muoveva con salti quasi impercettibili? Ci aveva creduto per una settimana. Poi il ritorno con il cuore in gola, solo per imparare che stava nascendo qualcosa tra lei e un altro, più grande di lui. Anche quello che gli stava accadendo era più grande di lui, per questo si era lasciato sommergere senza reagire e narcotizzare dall'anestetico dell’amicizia asimmetrica, quella dove uno è innamorato perso ma non ha la forza di confessarlo nemmeno a se stesso, e l’altra no. Gli incontri quasi quotidiani all’università, le ore passate insieme sui libri, quella lezione in un’aula sovraffollata, costretti a stringersi per fare posto agli altri, talmente vicini che lui sentiva nitidamente il suo respiro. Che lezione era? Non ricorda. Ma non lo ricordava nemmeno allora. Mentre adesso, a distanza di decenni, trova sorprendente l’energia con cui tornano a reclamare un posto in prima fila eventi e immagini appartenenti ad un’altra vita e ad un altro Claudio, riemersi nitidi e intatti dall’angolo impolverato della memoria dove li aveva confinati il tempo, spingendoli sempre più in fondo mano a mano che nuovi eventi e nuove immagini – la carriera, un matrimonio sfiorato e uno riuscito, Matteo, i viaggi, la passione per l’arte moderna, perfino le minuscole gioie e le delusioni provate nei tornei interaziendali di tennis… – ne prendevano il posto. È bastato un semplice e banale orologio, uguale a quello che aveva fissato tante volte e così a lungo, per fargli riprovare le sensazioni di allora, con la stessa intensità: smarrito, naufrago nel vuoto, mesi e mesi a rimuginare la Grande Batosta per convincersi che saper perdere è quasi come vincere e che l’amicizia non è una consolazione da poco.

Adesso mi crede? Ci crede o no che noi anziani abbiamo una buona memoria?”

Lei non è vecchio.”

Allora non può esserlo nemmeno sua madre. Avrà più o meno la mia età, no? E sono sicuro che ricorda benissimo quello che pensava quando aveva diciannove anni. Non può essere molto diverso da quello che pensa lei adesso. E forse anche sua madre era convinta di avere una madre nata vecchia. Con tutto il rispetto per sua nonna, naturalmente…”

Ma lei, quella ragazza….”

Chi?”

Quella che le piaceva. Non ho capito cosa avesse di speciale.” I casi sono due: o tenta di cambiare discorso per evitare di ammettere che sì, forse, chissà, perfino sua madre potrebbe essere stata giovane in un'era geologica remota, oppure il racconto l’ha conquistata. In questo caso potrei aver sbagliato mestiere, pensa Claudio, sarebbe stato meglio fare lo scrittore. Anche se inventare storie dev’essere più difficile che raccontare quelle vere: “Che non avevo mai incontrato una così. Intelligente, profonda, sensibile. E vera.”

Vera?”

Sì. Autentica. Spontanea, leale. E carina, il che non guasta…”

Ma lei se ne sarà accorta, no? Che… insomma, le piaceva….”

Immagino di sì. Ma non ha importanza, anche se a volte mi sono chiesto come mi vedeva.”

E l’ha capito?”

“Dovevo farle tenerezza come un fratellino impacciato. Forse è per questo che mi voleva bene. Niente a che fare con ciò che si prova per un partner, in ogni caso.”

“E se invece fosse stata un po’ stronza?”

In che senso?”

Può darsi che si divertisse a vederla soffrire, succede….”

Prima o poi me ne sarei accorto. Invece siamo rimasti amici. Mi ha anche invitato al suo matrimonio, anni dopo.”

“Con chi si è sposata?”

Proprio con lui. Che è uno in gamba, devo ammetterlo. Insomma, non potevo attaccarmi a niente per consolarmi.”

Claudio sorride e la ragazza lo imita, ma solo per un attimo. Esattamente come il vagone su cui viaggiano, non sembra avere alcuna intenzione di abbandonare i binari. E l’interrogatorio continua: “Lei c’è andato?”

“Al matrimonio? No. Ma solo perché non potevo: ero tornato nella mia città d’origine e mi avevano appena assunto in uno studio di commercialisti, dovevo lavorare anche il sabato. Altrimenti non me la sarei persa l’occasione di presentarle la mia ragazza di allora, che era più bella di lei. Sono un tipo vendicativo, sa… No, sto scherzando. Le ho anche fatto un regalo. Un vaso; anzi, una brocca.”

Una brocca?”

Sì, di quelle con il manico. Non faceva parte della lista, l’ho comprata nella mia città. Mi ha detto che le piaceva, ma chissà se è vero.”

Perché non avrebbe dovuto piacerle?”

“Perché era strana: alta, con la base stretta. Temo che non fosse adatta per servire il vino o l’acqua.”

Ma il matrimonio è riuscito, poi?”

Sì. E ne sono contento per lei. Hanno avuto tre figli e immagino che stiano ancora insieme. Ma dopo un po’ ci siamo persi di vista. Ogni tanto ci si sentiva al telefono, un paio di volte mi è capitato di passare dalle sue parti e sono andato a trovarla. Adesso sarà una dozzina d’anni che non la vedo.”

E nel frattempo si è sposato anche lei….”

“Lo sono ancora. E ho un figlio. Che mi vede come lei vede sua madre. Un rompiballe nato vecchio.”

Provi a raccontargli quello che ha detto a me.”

Non mi sembra il caso.”

Perché?”

Mah... Ho paura che mi troverebbe un po’ rimbambito.”

Però vi farebbe sentire più vicini. Non è così che ha detto prima?”

Allora stava attenta. E lui rischia di farsi mettere nel sacco: “Beh, ci penserò. Però dovrò fargli giurare di non dire niente a mia moglie. Se poi mi diventa gelosa di un ricordo?” Ridono entrambi, poi Claudio insiste: “Non mi ha ancora risposto: adesso ci crede o no che tutti ricordano com’erano da giovani?”

Lo ricorda lei, non vuol dire che lo ricordano tutti.” Un’altra chiamata sul cellulare della ragazza, che la respinge.

Può rispondere, non mi offendo.”

Non è urgente.”

Tra quelle telefonate ce n’erano di sua madre?”

Tre.”

Allora, visto che le ho raccontato la storia della mia vita, posso chiederle un favore?”

Un favore?”

La richiami. Secondo me è preoccupata. Io lo sarei, al posto suo. Poi litighi di nuovo, se vuole. Ma la richiami.”

Le mando un sms.”

Troppo poco. Per favore...”

“D’accordo…”

Claudio è compiaciuto, mentre la osserva comporre il numero: un successo perfino per lui che della persuasione si sente un mago, sia pure in un ambito diverso.

Sono io… Sei ancora dalla zia?... Io arrivo tra mezz’ora. Vieni alla stazione?... Sì, alla stazione… Non è che ho paura di perdere la coincidenza; il treno è in orario… Facciamo l’ultimo tratto insieme… Dai, ci tengo… Vorrei parlarti… Sì, scusa… Scusa scusa scusa… Va bene?... A tra poco… Ciao ciao.”

Brava. Come si sente adesso?”

Meglio. Fino alla prossima litigata, come dice lei.”

Non è detto. Tra genitori e figli si può anche andare d’accordo. Ora mi scusi, ma devo tornare al lavoro.”

Claudio risveglia il desktop dal torpore e torna a immergersi nel mondo della finanza. Ogni tanto, con la coda dell’occhio, la osserva. Non si è messa gli auricolari, guarda fuori dal finestrino e, ogni tanto, si gira verso di lui. Vuole parlargli? Si direbbe di no. Sembra piuttosto che lo stia studiando. Forse non riesce a digerire lo scarto fra ciò che sembra e ciò che dice. Oppure non crede a una parola di ciò che le ha raccontato.

Stiamo arrivando.” Claudio alza gli occhi, non se n’era accorto. La ragazza infila l’iPod e il portatile nello zainetto, poi fa per prendere la valigetta, un trolley rosso, appoggiata sul portabagagli, al di sopra del finestrino.

Aspetti, faccio io.” Claudio chiude il desktop e si alza per aiutarla.

Grazie”, sorride indossando un giaccone color melanzana. Mentre la segue verso l’uscita, Claudio si rende conto che, alta e com’è – oltre uno e settantacinque, a occhio e croce – ha la tendenza a incurvarsi un po’. Sarà per questo che ha quello sguardo insolito, all’insù? Se fossero più in confidenza, le chiederebbe se fa dello sport o, meglio, se ne fa abbastanza. Ma se ne dimentica subito perché qualcosa gli suggerisce di portarsi la mano alla tasca della giacca. La stilografica! Deve averla dimenticata sul sedile o sul tavolino. Perché diavolo se l’è tolta? Un gesto istintivo, lo stesso che compie ogni giorno appena arriva in ufficio. Ma sul treno… Che idiota. Per di più è un regalo di Silvia. Bel modo di farsela rubare…

Devo tornare indietro, ho dimenticato una cosa. Buona giornata, signorina. E auguri.”

Altrettanto, speriamo di rivederci.”

Sì… certo.” E perché mai?, si chiede mentre risale la breve fila degli altri viaggiatori che stanno per scendere, scusandosi per gli urti che la sua valigetta distribuisce qua e là.

Mentre prova a immaginare cosa dovrà inventare per spiegare il furto della penna a Silvia, raggiunge il suo posto e tira un sospiro di sollievo. Eccola. Ancora lì, tra i due sedili. La afferra con un gesto brusco, come se temesse di vedersela sparire sotto il naso, e se l’infila nella tasca interna, vicina al portafogli, così non avrà più la tentazione di appoggiarla chissà dove. Poi si rimette in coda, non c’è fretta. Il treno è in orario, c’è tutto il tempo per prendere la metro e raggiungere l’albergo del convegno. Appena sceso, è sollevato nel constatare che la temperatura si è alzata. L'impermeabile leggero non sembra più la scommessa perduta di uno che si è bendato gli occhi prima di aprire l’armadio. Percorre con calma il centinaio di metri che lo separa dall’atrio d’ingresso e in fondo, tra la folla di chi arriva e di chi parte, distingue una sagoma familiare. È lei, sta abbracciando qualcuno. Sarà sua madre. Bella scena, si dice mentre le passa accanto, a pochi metri di distanza, camminando svelto ed evitando di osservare con insistenza. Poi si ferma davanti al tabellone delle partenze. Meglio dare un’occhiata al binario del ritorno, più tardi potrebbe non averne il tempo. Si inginocchia per appoggiare la valigetta sul pavimento e aprirla, ne estrae l’agenda e comincia ad annotare i treni del pomeriggio.

Claudio? Ma sei tu?” La voce arriva dalla sua destra. Si volta e la vede. Una signora che gli sorride. “Non mi riconosci?” Possibile che… ? È lei! Il colore dei capelli non è quello che ricordava, per questo ci ha messo un po’ per mettere a fuoco. Ma il biondo le dona. Ed è l’unico dettaglio che poteva disorientarlo. Il resto è inconfondibile. Malgrado il tempo e, forse, una passione eccessiva per l’abbronzatura le abbiano lasciato qualche segno di troppo sulla fronte, ai lati delle palpebre e delle labbra. Gli occhi chiari e attenti sono quelli di una volta. La voce appena più profonda, la figura ancora sportiva, elegante anche con una semplice giacca beige sopra pantaloni scuri.

Laura! Che piacere vederti. Come stai?”

“Bene, grazie. Quanto tempo… Che ci fai qui?”

Sono appena arrivato. Devo partecipare ad un convegno.”

Se hai cinque minuti possiamo bere qualcosa insieme.”

“Volentieri. Ma non stai partendo?”

No, non subito… Scusa un momento.” Laura infila una mano nella tasca del soprabito, ne estrae il cellulare e se lo porta all’orecchio. “Ciao… Sì, siamo alla stazione… Te la passerei, ma si è fermata all’edicola. Chiamala sul portatile… Ah, eccola! Vale, ho il papà al telefono!

Laura fa un gesto con la mano all’indirizzo di qualcuno che sulle prime Claudio non riesce a distinguere, tra la gente in movimento in tutte le direzioni. Poi vede una figura femminile che punta verso di loro e, mentre ne mette a fuoco la fisionomia, ha la sensazione che le ginocchia stiano cedendo, ma senza piegarsi: è come se si limitassero ad assecondare i piedi e le caviglie che affondano. Sabbie mobili che non lo inghiottono del tutto, e non abbastanza in fretta. Gli sembra di rimanere fuori solo con il busto e con la testa, mentre il resto è bloccato all’interno di una gelatina che si va solidificando, impedendogli di muoversi. Di fuggire.

La ragazza è a pochi passi, ormai. Indossa un giaccone color melanzana, sulle spalle ha uno zainetto colorato, con una mano si tira dietro un trolley rosso e con l’altra tiene una rivista. Mentre la passa a Laura per prendere il telefono, rivolge uno sguardo e un breve sorriso a Claudio. Che, nel risponderle con un cenno del capo, scopre quanto possa essere infantile la reazione di chi scopre di trovarsi nel posto sbagliato, al momento sbagliato e con le persone sbagliate: è un sogno, adesso mi sento un idiota ma poi mi sveglio, sono sicuro che mi sveglio, pochi istanti e sarà finita.

“E allora, che mi racconti?” Si gira verso Laura e adesso lo riconosce, quello sguardo dal basso verso l’alto. Ignora la domanda e torna a fissare la ragazza, che sta parlando al telefono.

“Ma lei….”

“È Valentina. Mia figlia, dopo te la presento. Anzi: te la ripresento. Devi averla vista quando era piccola, una volta che sei venuto a trovarci. Ma da allora è cambiata un bel po’.”

“Ti somiglia…”

“Non mi pare. Dicono tutti che è identica ad Alberto.”

“Forse gli occhi…”

La telefonata si sta chiudendo: “Dai, non farmi la predica anche tu… Sì, d’accordo, promesso… Ciao ciao. Ti ripasso la mamma?” Laura riprende il telefono: “Mi fermo a bere qualcosa in stazione, ho incontrato un vecchio amico. Te lo ricordi Claudio?... Facciamo due chiacchiere, poi torniamo… Ciao… Adesso te la posso presentare. Lui è Claudio, abbiamo fatto l’università insieme; lei….”

Piacere, sono Valentina. Ma non abbiamo viaggiato sullo stesso treno?”

Già….”

“Davvero?”, interviene Laura, “Che coincidenza….” Ancora lo squillo del cellulare: “Scusate ma devo rispondere. È una collega, le avevo chiesto una cosa... Pronto?...

Mentre Laura si allontana di qualche metro, Claudio si guarda intorno, come se il furgoncino elettrico con i carrelli carichi di bagagli o il treno in arrivo che scorge oltre l’edicola potessero recapitargli una soluzione, un suggerimento, un’idea, una scusa, qualunque cosa pur di uscirne al più presto. Non può vedersi – meglio così – ma deve avere una faccia che induce Valentina a rompere il silenzio. Per scuoterlo o, forse, per giustificarsi: “Me l’ha regalato lei.”

“Cosa?”

L’orologio. L’anno scorso, dopo la maturità. Sapevo che lo portava da tempo, ma non così tanto.”

“Ah….”

“Però non l’ho capito subito.”

“No?”

“Cioè… Sì, certi particolari, l’università… Ma è la brocca che... A me non piace, vorrei che la togliesse dal soggiorno. Lei non vuole, dice che le ricorda un amico.”

“Mi fa piacere. Però si sta facendo tardi, dovrei….”

Non vorrà sparire così? La mamma ci rimarrà male, anzi non lo permetterà: gliel’ho detto che è una rompiballe, no? E poi dispiacerebbe anche a me.”

Perché?”

Perché... Insomma… Non capita tutti i giorni di incontrare qualcuno che ti presenta tua madre.”

“Immagino di no.” Ci mancherebbe altro, vorrebbe aggiungere.

Eccomi qua!”, Laura è di ritorno. “Basta con le telefonate, ho spento il cellulare. Ci sediamo da qualche parte? Il bar là in fondo?”

Andate avanti, io arrivo subito. Il tempo di scrivere gli orari del ritorno.”

Mentre Laura e Valentina si avviano, Claudio riprende a studiare il tabellone. O tenta di farlo, mentre alle orecchie gli arrivano le prime battute di uno scambio animato.

Hai ancora successo, ma’.”

Che vuoi dire?”

Ti guarda in un modo…

Parla piano, che ci sente!

Perché, non te n’eri accorta?”

Piantala e cammina.”


 © 2014 - Marco Strazzi

 

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