8.6.15

Normandia 2015

Di ritorno con centinaia di foto che mi ricorderanno un altro magnifico anniversario del D-Day in Normandia. Posterò le migliori nelle prossime settimane. Per ora, date un'occhiata alla folla del D-Day a Arromanches.

8.5.15

Morte di un eroe


Un altro Cavaliere della Libertà ci ha lasciati. È scomparso Bob "Paddy" Jenkins, sergente del 9. Battaglione, uno dei pochi veterani ancora in vita tra coloro che parteciparono all'attacco di Merville. Ecco un brano tratto dal capitolo di The Day The Devils Dropped In di Neil Barber che racconta quei momenti drammatici. La voce narrante è quella del sergente Len Daniels:
"Il sergente Jenkins era in piedi sulla postazione di cemento dove mi trovavo poco prima e puntava il fucile verso l'alto. Guardai per tentare di capire cosa stesse accadendo. Lo sentii sparare e vidi un tedesco rotolare giù lungo il muro della casamatta. Poi Paddy ci superò con un balzo e lo finì con la baionetta."

6.5.15

The Museum Collection

A new historical book about wristwatches is on its way. I am writing it in English for those who cannot read Lancette & C. because of the language (Italian). However, I shall make the Italian texts available for the buyers of the original version.
As its provisional title shows, The Museum Collection is a completely new concept rather than the English translation of Lancette & C. It aims to be a voyage through time(keepers), an entrance ticket to an exhibition, a source of advice and inspiration for the watch lovers seeking to build up the perfect collection...
click here to read more


Sta per arrivare un nuovo libro storico sugli orologi da polso. Lo sto scrivendo in inglese per coloro che non possono leggere Lancette & C a causa della lingua. Metterò comunque a disposizione il testo italiano per quanti acquisteranno il volume. Come suggerisce il titolo provvisorio, The Museum Collection è un'opera radicalmente nuova e non la versione inglese di Lancette & C. Il suo scopo è offrire al lettore un viaggio attraverso gli strumenti per la misura del tempo, il biglietto d'ingresso di una mostra, una fonte di consigli e di ispirazione per gli appassionati desiderosi di costruire la collezione perfetta...
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26.4.15

25 aprile


I 70 anni dalla Liberazione d'Italia sono stati celebrati con il solito torrente di luoghi comuni e beghe da cortile politico locale. Copione deprimente che ha il solo merito di rappresentare un'immagine fedele del Paese e l'importante demerito di escludere due ingredienti della festa: il rispetto per la verità storica e la gratitudine.
A sentire i bollettini ufficiali delle cerimonie, l'Italia si è liberata quasi da sola, grazie alla Resistenza. Quanto al sacrificio di decine di migliaia di giovani venuti da lontano - Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Canada, Nuova Zelanda, Polonia,... - , è raro sentirlo celebrato nei discorsi. Ancora più raro è vedere sul palco i rappresentanti di quei Paesi.
Altrove non è così. Quando tornerò in Normandia per l'anniversario del D-Day, all'inizio di giugno, ritroverò i veterani delle forze alleate - sempre meno numerosi, a causa dell'età - celebrati come meritano dalle autorità e veri protagonisti della festa. Coccolati come Nonni della Libertà, adorati come semidei da coloro che furono liberati, dai loro figli e nipoti. Senza per questo dimenticare il contributo della Resistenza, perché l'ammirazione per gli uni non esclude l'orgoglio per le imprese degli altri, i connazionali che avevano saputo resistere alla tentazione dell'indifferenza o della collaborazione.
Due Paesi vicini, due modi diversi di ricordare il passato. Io preferisco la via francese. E trovo più interessanti i racconti di un protagonista ultranovantenne di quelle vicende che i discorsi di un Renzi o di una Boldrini.

 Sopra, veterani britannici a Merville (Normandia): protagonisti delle celebrazioni del D-Day.

 

3.4.15

I primi paracadutisti

Lungo filmato del 1941 sull'addestramento delle prime truppe aviotrasportate britanniche. Un documento storico di eccezionale interesse: http://tinyurl.com/q2mdymx

23.3.15

Il ritorno dell'orologio-strumento


L'edizione 2015 di Baselworld, annuale fiera-evento dell'orologeria, adombra il ritorno alle origini dell'orologio da polso svizzero. Non più gadget di lusso per nuovi ricchi e appassionati della meccanica, com'è stato negli ultimi vent'anni, ma strumento ad alto contenuto tecnologico come tra il 1930 e il 1980, ovvero il cinquantennio trascorso fra la sua affermazione commerciale e la rivoluzione del quarzo. Quest'ultima sovvertì il postulato vecchio di secoli che legava la qualità (e il prezzo) alla precisione, creando le basi per la metamorfosi dell'orologio meccanico, che da strumento per la misura del tempo si trasformò in accessorio, status symbol, esibizione di virtuosismo destinata a stupire più che a servire.

  L'Horological Smartwatch di Frédérique Constant

Gli "orologi connessi" che spuntano come funghi negli stand di Basilea dicono che si torna indietro. Più o meno. Perché l'orologio/strumento del 2015 serve a tutto meno che a indicare l'ora. O meglio, la misura del tempo è la meno importante delle funzioni su cui punta per sedurre il compratore.

 
Il Breitling B55 Connected

I computer da polso con cui la Svizzera (Frédérique Constant e Breitling, per ora) tenta di rispondere all'attacco americano (Apple) e asiatico (Samsung, LG, Sony, Huawey, Lenovo) propongono funzioni utilizzabili in abbinamento con lo smartphone, e lo fanno strizzando l'occhio al look della tradizione. Ma i tempi dei multifunzione giapponesi (sveglia, cronografo, calcolatrice, ...) utili quanto brutti sono finiti da un pezzo. La concorrenza si fa temibile anche sotto il profilo estetico.

 L'Apple Watch

L'Apple Watch debutterà sul mercato il mese prossimo con un aspetto accattivante e prezzi che vanno dai 349 dollari della versione base ai 10.000 del modello in oro: cifra, quest'ultima, decisamente "svizzera". La lotta per la fascia di mercato tradizionalmente dominata dall'industria della Confederazione si annuncia dunque aspra.

 Il Gear di Samsung

Tornando al tema di partenza, e assodato che il nuovo strumento da polso non è più un orologio nel senso comune del termine, viene da chiedersi che ne sarà della tradizione meccanica. Il suo spazio si ridurrà ulteriormente, compresso come sarà tra milioni di gadget economici da una parte e il lusso - più o meno abbordabile - degli orologi connessi dall'altra? Possibile, forse inevitabile. Di qui a pronosticarne la fine, però, ce ne corre. Dopo tutto, la fotografia non ha cancellato la pittura dalla faccia della terra...

 

14.3.15

Creare un orologio


Un'impresa di Le Noirmont (Svizzera) organizza corsi di diversi livelli per i principianti che desiderano cimentarsi con la progettazione e il montaggio del "loro" orologio. Una proposta inedita, divertente e... un po' cara. Per maggiori informazioni, visitate il sito http://www.initium.ch/

8.3.15

Anniversario del D-Day: calendario delle cerimonie


Cliccate qui per visitare la pagina del sito dday-overlord.com contenente il calendario delle celebrazioni e manifestazioni programmate per il 71° anniversario del D-Day. In inglese o in francese. Sopra, la locandina creata dal settore Sainte Mère Eglise - Utah Beach - Carentan. Sotto, quella di Picauville.


11.2.15

Morte di un eroe

È morto John Novis, uno dei 150 eroi del 9. Battaglione Paracadutisti che parteciparono all'assalto di Merville (D-Day, 6 giugno 1944). Abitava da tempo in Canada.


"Hanno combattuto per la nostra libertà. Noi siamo ancora liberi, dunque loro sono ancora vivi." (L'orologio con le ali)

 

9.2.15

Letture incompiute


Uno delle esperienze più sgradevoli che possano capitare a un lettore è rendersi conto di aver acquistato un libro illeggibile. Non illeggibile in assoluto, intendo. Illeggibile per chi lo ha comprato, convinto dalle recensioni favorevoli, dal consenso dei lettori, dal numero delle citazioni nei club virtuali di lettura, dalla fama dell'autore. Tutti argomenti validi, in teoria. Poi si comincia a leggere e, per un po', la suggestione esercitata dalla reputazione fa effetto. Anche perché è difficile ammettere di aver buttato via dei soldi. Presto o tardi, però, il ritmo cala e, se siamo distesi sul letto a tarda ora, le palpebre si appesantiscono, la tentazione di allungare la mano verso l'interruttore della luce diventa irresistibile. Allora proviamo a stringere i denti, incoraggiati dalla convinzione che ci sarà un motivo se il romanzo piace a tanti. Ma i giorni e le notti passano, il clic dell'interruttore risuona sempre più presto. Fino alla resa, triste e inevitabile come la constatazione che tra noi e quel libro c'è l'incompatibilità spesso invocata nelle cause di divorzio.
A me è capitato una decina di volte negli ultimi cinque anni. Romanzi cominciati, abbandonati, ripresi nella speranza di vederli sotto una luce diversa, abbandonati di nuovo. Dieci volte non sono tante, ma nemmeno pochissime. Quindi ho trovato logico chiedermi cosa fa scattare il rifiuto. C'è un denominatore comune strettamente personale? Forse sì. Mi risultano indigesti i libri in cui ho l'impressione che lo stile prevalga sulla storia. Che l'autore conti più dei personaggi. Che le sue riflessioni e la sua visione del mondo irrompano sulle pagine con una frequenza superiore alla pubblicità nelle Tv commerciali, e altrettanto molesta.
Scrivere un buon romanzo, secondo me, è raccontare bene una storia interessante, originale, emozionante, credibile nel senso che risponde a una logica interna. E "raccontare bene" significa scrivere semplice, veloce, chiaro, senza divagare.
Sotto questo profilo, le letture recenti che ho amato di più mi sembrano esemplari. Pur lontani l'uno dall'altro per argomento, ambientazione storica, tono e tecnica narrativa, "The Help" di Kathryn Stockett e "The Guernsey Literary and Potato Peel Pie Society" di Mary Ann Shaffer e Annie Barrows mi hanno regalato emozioni di intensità uguale e ritardato diverse volte l'appuntamento con l'interruttore della luce. Merito di vicende e personaggi così ben concepiti da spingere in secondo piano il talento non comune delle autrici.


E le letture incompiute? Ce n'è una che mi imbarazza più di altre. Ci tenevo a leggere "The book thief" di Markus Zusak, best-seller internazionale premiato dalla critica e dai lettori di goodreads con giudizi entusiastici. Ci ho provato due volte, senza successo. Le ragioni sono quelle citate sopra. Però devo ammettere che mi sento a disagio, in crisi d'identità. Mosca bianca? Lettore rozzo, superficiale, insensibile alle finezze stilistiche? Non lo so. Temo che dovrò accontentarmi del film, nella speranza che la sceneggiatura sia aderente alla trama originale come quella tratta da "The Help". 

  

24.12.14

Auguri!


Buon Natale a tutti i lettori passati, presenti e futuri!
Merry Christmas to all readers past, present & future!
Joyeux Noël à tous les lecteurs passés, présents et à venir !



15.12.14

"Una lettura eccellente"


Sulla barra laterale sinistra di questo blog trovate alcune recensioni di L'orologio con le ali pubblicate da GoodReads, il più grande club di lettura virtuale del mondo. Tra le recensioni che non appaiono qui ce n'è una che mi fa particolarmente piacere perché l'autore è Paul Woodadge, che i frequentatori della Normandia conoscono come una delle guide turistiche più informate sugli eventi del D-Day e dei mesi seguenti. Ecco ciò che scrive sulla pagina amazon britannica di Wingwatch:
Una lettura eccellente 
In genere leggo poco la narrativa, infatti questo libro mi è stato regalato. Poiché nutro un grande interesse per la battaglia di Normandia - in effetti mi guadagno da vivere guidando i turisti sui luoghi dei combattimenti - pensavo che avrei preferito i capitoli del libro ambientati nel 1944 e all'inizio è stato davvero così. Ma nel giro di poche pagine è la storia moderna che mi ha catturato. Sono stato conquistato dalla sequenza degli eventi, dalle coincidenze e dal modo con cui emergono i retroscena sull'orologio. Non ho nulla da eccepire sui dettagli storici relativi alla Seconda guerra mondiale e mi piace lo stile gradevole di questo narratore debuttante. Ne ho apprezzato ogni pagina al punto da finire il libro in due giorni.

 

2.12.14

Mamma mia! Il ritorno degli Abba


A volte, la revisione del passato risponde a esigenze di correttezza politica. Esempio: per non urtare la suscettibilità dei tedeschi, è ormai usuale attribuire le malefatte degli Anni 1939-1945 ai "Nazisti". A me suona strano perché non ho mai sentito mia madre, che ha vissuto gli anni dell'occupazione, pronunciare la parola "Nazisti". Per lei erano tedeschi, punto e basta. Pazienza. Il bene supremo della riconciliazione giustifica qualche licenza.
Altre volte, la revisione ha finalità opposte, cioè punta a correggere gli errori commessi in nome della correttezza politica. Prendiamo gli Abba. Dopo il successo del musical e del film Mamma mia, che non ho visto perché mi irritano le storie in cui i protagonisti, per ragioni che mi sfuggono, smettono di parlare per mettersi a cantare, il gruppo è diventato oggetto di culto e i suoi componenti si sono trasformanti agli occhi del mondo in ciò che non erano stati né durante la loro carriera né nei dieci anni successivi allo scioglimento. Instancabili perfezionisti, maghi dell'arrangiamento, innovatori, autori (i maschietti) di melodie immortali che hanno accompagnato due generazioni, interpreti (le ragazze) eccezionalmente dotate, e così via. Non passa mese senza che uno dei network francofoni o anglofoni visibili a casa mia mandi in onda una biografia del gruppo, interviste di ieri e di oggi, filmati di concerti degli Anni 70, il tutto accompagnato dalle riflessioni nostalgiche di critici e fan sulla grandezza dei quattro.


Ha tutta l'aria di un risarcimento, più che di una revisione. Chi ha la mia età potrebbe ricordare com'era trattata la produzione del gruppo dalla quasi totalità della critica italiana. Solo recentemente, attraverso le ricostruzioni di cui sopra, ho imparato che all'estero non andava meglio. Musica "commerciale", era l'insulto ricorrente. Come se il successo non fosse in cima alle ambizioni degli altri gruppi e cantanti. Perfino nella loro Svezia una parte degli addetti ai lavori aveva ostracizzato Agnetha, Benny, Björn e Anni-Frid. Che si consolavano con i milioni di dischi venduti, ma un po' ci soffrivano.
Perché questo livore? Invidia? Anche, ma direi soprattutto conformismo. Quello di un epoca in cui i musicisti avevano l'obbligo di essere "impegnati" e di "portare avanti un discorso", naturalmente "nella misura in cui". Tic lessicali e comportamentali degli Anni 70, spariti senza lasciare tracce se non nel ricordo di chi ne è stato testimone diretto come il sottoscritto.
A questo proposito, devo confessare che, come altri diciottenni ansiosi di integrarsi, non avevo la forza di pensare con la mia testa e di ascoltare con le mie orecchie. Avevo sì un 45 giri degli Abba - proprio Mamma mia - ma non mi passava nemmeno per la testa di comprare un LP. Che figura ci avrei fatto con gli amici? Così, oltre ai Pink Floyd e ai King Crimson che mi piacevano davvero, mi sentivo in obbligo di ascoltare conati artistici "impegnati" e pallosissimi con la puzza sotto il naso di chi commisera dall'alto le frivolezze della "musica commerciale". Degli Abba era consentito discutere solo per fantasticare su una notte con Agnetha, la bionda del gruppo.
Adesso molti dicono che gli Abba erano grandi, ma quasi nessuno può pronunciare il classico "Io l'avevo detto".

 

27.11.14

Eroi di Normandia

Fallen Heroes of Normandy è un sito internet dedicato ai caduti britannici e del Commonwealth che riposano nei cimiteri della Normandia. Tra di loro, molti paracadutisti del 9. Battaglione che parteciparono alla presa della batteria di Merville e, successivamente, alla difesa del Castello St-Côme. 


La foto in bianco e nero mostra il soldato semplice Peter Sanderson, che aveva 19 anni il 12 giugno 1944. Sei giorni dopo il D-Day, i tedeschi bombardarono pesantemente le posizioni difese dal 9. Battaglione e poi portarono l'ennesimo attacco, che fu respinto come i precedenti.


Il soldato Sanderson si trovava con la sua mitragliatrice nei pressi dell'albero che si nota dietro la targa commemorativa della foto sopra. La postazione fu centrata da un colpo di mortaio: Sanderson morì sul colpo e i suoi compagni furono feriti gravemente. Un giorno più tardi, dopo una settimana di combattimenti passati quasi senza dormire né mangiare, ciò che rimaneva del 9. Battaglione - 150 uomini dei circa 700 che erano partiti dall'Inghilterra - fu rimpiazzato e inviato su un altro fronte operativo.

Nella pagina L'orologio con le ali - Gli eroi trovate altre storie di Paracadutisti britannici impegnati nella battaglia di Normandia.





29.10.14

Extra time - L'intervista impossibile

Stanchi delle solite interviste ai protagonisti dell'orologeria contemporanea? Delle domande complici e delle risposte prefabbricate? Degli inserti pubblicitari spacciati per inchieste? Dei reportage che sembrano film Luce del Ventennio? Se è così, ecco ciò che fa per voi. Un incontro esclusivo con il più brillante dei Supermanager che fanno tendenza nel mondo dell'alta orologeria. Dinamico, geniale, unico, lo scacciacrisi per eccellenza. Con un solo difetto: non esiste.

Ciò che leggerete in Extra time è del tutto falso. Ma forse non impossibile.



15.9.14

Chi ha paura dell'Apple Watch?




C'è chi sostiene che il neonato AppleWatch (sopra, foto Apple) è una minaccia per l'industria orologiera svizzera. Non sono d'accordo. Sarebbe come dire che i fast food sono concorrenti temibili per la gastronomia d'alta gamma. I primi hanno invaso le nostre città, ma la seconda è più viva che mai. Logico: si tratta di prodotti diversi che si dirigono a fasce di pubblico diverse.
I riferimenti alla rivoluzione del quarzo, che rischiò di spazzare via l'orologeria svizzera una quarantina d'anni fa perché gli addetti ai lavori ne sottovalutarono la portata, mi sembrano fuori luogo. Il quarzo cambiò la percezione stessa dello strumento per la misura del tempo. Fino al 1969 si sceglieva un orologio in base alla sua precisione e il prezzo saliva in proporzione alle prestazioni cronometriche. I primi orologi da polso al quarzo confermarono l'assioma perché erano talmente costosi da tenere alla larga la grande maggioranza dei compratori. A metà degli anni 70 i prezzi crollarono e l'orologio digitale al quarzo divenne un prodotto da supermercato. Fu per questo che due terzi delle Case svizzere, impossibilitate a rispondere sul piano dei costi, sparirono dalla scena. Chi riuscì a salvarsi tornò a riveder le stelle intorno al 1984-85, scegliendo la strada che ha portato a trent'anni di boom quasi ininterrotto: l'orologio d'alta gamma creato e commercializzato non più come segnatempo, ma come scrigno di valori storici, tecnologici, artistici, oggetto di culto per gli appassionati di lunga data e status symbol per i nuovi ricchi. Nessun rappresentante di queste categorie porta un orologio da 10.000 euro perché ha bisogno di sapere che ora è. Per questo gli basta il display del telefono portatile.
Detto questo, è lecito chiedersi se la novità può creare problemi agli orologi svizzeri di media gamma. Il primo nome che viene in mente è Tissot, che con il suo T-Touch presidia una nicchia di mercato esposta all'attacco di Apple. Da Le Locle rispondono che hanno cominciato a studiare la contromossa molto prima della presentazione dell'Apple Watch. E se fosse proprio necessario battere in ritirata, aggiungo io, Tissot ha i mezzi per spostarsi verso il vertice della piramide come la maggior parte dei produttori svizzeri. Che, va tenuto presente, rappresentano circa il 50% del fatturato mondiale pur fabbricando appena il 3% degli orologi. La filosofia industriale e gli obiettivi commerciali sono differenti - per non dire opposti - da quelli di Apple. Dunque a doversi preoccupare dell'orologio "connesso" saranno soprattutto i concorrenti dello stesso segmento di mercato.

 

2.9.14

Video

Immagini e testimonianze sull'attacco dei Paracadutisti britannici alla Batteria di Merville (Normandia) nelle prime ore del 6 giugno 1944 (D-Day). L'episodio è al centro del romanzo "L'orologio con le ali". Gli autori del filmato sono Francesco Di Cintio ed Eleonora Materazzo.



26.8.14