martedì 30 aprile 2013

A proposito di traduzioni


Credo di avere i titoli per parlare di traduzioni perché conosco l'attività sia dal punto di vista del produttore che del consumatore. Nel primo caso mi occupo quasi esclusivamente di orologeria, settore che richiede l'uso di una terminologia specializzata, per lo più assente dai dizionari: ne trovate un paio di esempi alla pagina Translations. Più recentemente sono diventato anche consumatore perché ho deciso di pubblicare la versione in inglese del mio romanzo L'Orologio con le Ali, progetto che sta decollando dopo una partenza falsa e un paio di mesi perduti. Trovo che la mia esperienza sia istruttiva e, forse, utile anche per chi frequenta questo blog, soprattutto se appartiene alla categoria degli autori indipendenti con ambizioni internazionali.
Il mondo della traduzione è caratterizzato da compensi spesso inadeguati, che a loro volta si devono a luoghi comuni senza fondamento. Esempio: tradurre è facile, basta conoscere un paio di lingue e il gioco è fatto, anche perché ormai fanno tutto i programmi di traduzione. Difficile concentrare tante sciocchezze in una frase sola.
Ecco il mio mini-prontuario, tratto dall'esperienza diretta, per chi cerca un traduttore letterario serio ed è disposto a pagarlo per ciò che vale.
1. Il professionista serio non accetterà mandati di traduzione letteraria in una lingua diversa dalla sua lingua madre per la semplice ragione che esprimersi con la stessa naturalezza in più di una lingua è quasi impossibile. Mi hanno presentato molti "perfetti bilingui", ma nessuno lo era davvero.
2. Il professionista serio non usa programmi di traduzione (i famosi/famigerati strumenti CAT) per un testo letterario. Dopo l'esperienza negativa con l'agenzia che avevo incaricato inizialmente di tradurre il mio romanzo, ho pubblicato un'inserzione precisando che non avrei preso in considerazione le candidature di chi la pensa diversamente da me su questo tema. Risultato: le risposte sono state solo dieci, ma non ho perso tempo esaminando candidati improbabili e alla fine ho potuto scegliere fra due traduttori validi.
3. Il professionista serio non ha prezzi stracciati. Se un servizio costa poco, significa che quasi sempre vale poco, spesso pochissimo, a volte nulla. E a risentirne è la reputazione del committente convinto di aver fatto un buon affare.
È chiaro che, se il committente conosce a sua volta la lingua di destinazione (ma non abbastanza per occuparsi lui stesso della traduzione, vedi punto 1), parte avvantaggiato perché gli basta un test di venti righe per valutare le competenze dell'interlocutore. Se invece ha una conoscenza limitata o nulla della lingua, l'unica strada che ha per evitare guai è rivolgersi a un parente/amico/conoscente in grado di giudicare il test. Se è vero che viviamo in un mondo globalizzato, dove quasi tutti viaggiano e fanno conoscenze all'estero, non dovrebbe essere Mission Impossible, per dirlo in "inglisc".
Sotto, la homepage di ProZ.com, la risorsa online più grande del mondo per i produttori e i consumatori di traduzioni.

lunedì 29 aprile 2013

La parola ai lettori


Ecco i commenti di alcuni lettori di L'Orologio con le Ali. I testi integrali delle recensioni si trovano sulla pagina amazon dove è possibile acquistare e scaricare il mio romanzo in formato digitale eBook. La versione cartacea è disponibile sul sito CreateSpace.


Lo scoccare della storia
"La narrazione veloce e asciutta lascia parlare i fatti, coinvolgendo il lettore in un vortice crescente di emozioni. Il romanzo, strutturato su una poderosa capriata di eventi autentici (a partire dalla notte del D-Day), denota una conoscenza approfondita della realtà in cui l'autore fa muovere i suoi personaggi. Un libro che, seppur confinato nel limes della Storia, quella con la S maiuscola, riesce a varcarne i limiti, diventando un favola senza tempo. (...) L'Orologio con le Ali riesce ad annodare, laddove ce ne fosse bisogno, i legami che ogni generazione dovrebbe mantenere saldi con quella precedente e con la storia che le ha create". Francesco DC
La Casamatta 1 della Batteria di Merville, teatro dell'azione bellica


Emozionante
"L'orologio con le ali" è un (...) viaggio nel tempo, una storia che si snoda tra passato e presente, un puzzle in cui le tessere s'incastrano alla perfezione. E proprio come un puzzle, man mano che si procede, la storia diventa sempre più entusiasmante, in un crescendo di emozioni e curiosità che invogliano a immedesimarsi nel protagonista principale e a desiderare di portare a termine con lui la missione che il destino sembra volergli conferire. (...) È stato emozionante leggere la ricostruzione degli eventi del D-Day e ancor di più il momento in cui passato e presente s'incontrano, grazie a un semplice orologio che li accomuna". Antonio
La pagina Facebook sul romanzo

Un viaggio nel passato e nel presente
"Le vicissitudini di un orologio in dotazione ad un paracadutista inglese che partecipò allo sbarco in Normandia vengono scoperte oltre 70 anni dopo da un bambino. La parte relativa alla descrizione storica dello sbarco è ben narrata ed accurata; il libro alterna un capitolo nel 1944 ad un'altro nel 2014, permettendo al lettore di immergersi prima nella storia passata e poi nel futuro, che può così unire insieme i vari indizi che permetteranno di capire tutte le avventure a cui l'orologio ha partecipato e le persone che lo hanno posseduto. La narrazione è scorrevole e semplice ed il libro si legge praticamente da solo". Freddie
L'interno di un aereo C-47 Dakota usato per trasportare i Para la notte prima del D-Day

Tra passato e presente
"La storia di oggi, quella di Cédric, della moglie e del piccolo Gilbert, si intreccia abilmente con il racconto di un altro tempo, un tempo di guerra. (...) La prosa utilizzata, seppur semplice e diretta, è estremamente curata, nella forma e nel significato delle parole, pur rivelandosi a volte molto sobria nella costruzione delle frasi. (...) L'accuratezza dei dettagli delle vicende del passato e delle informazioni fanno chiaramente intuire una ricerca approfondita che ha preceduto la stesura dell'opera. (...) Il romanzo si rivela, a mio dire, opera storica singolare che riesce a ricordare e raccontare i fatti del passato, facendoli rivivere nel presente". Codi

sabato 27 aprile 2013

Prima di dire addio

Ho letto "Prima di dire addio" dell'autrice indipendente Giulia Beyman. Questa la mia recensione.

Thriller e storia d'amore
"Prima di dire addio" è la storia di una vedova che tenta di spiegarsi la perdita del marito e un'incomprensibile bugia di quest'ultimo, trovando le risposte - a rischio della propria vita - quando decide di indagare sui messaggi che le arrivano dall'aldilà. Il romanzo mi è piaciuto per due motivi. Il più ovvio è la sceneggiatura da thriller classico, robusta e priva di punti deboli, condita da sorprese, cattivi-che-sembrano-buoni e viceversa, con l'irruzione del paranormale e un finale appropriato. Il meno scontato è ciò che sta dietro la trama: la caratterizzazione dei personaggi e soprattutto una storia d'Amore con la A maiuscola, insolita perché ne sono protagonisti una donna e un uomo di mezza età, prossimo alla pensione. Non il tempo delle mele, una volta tanto, ma quello dei nipotini. E la malinconia della perdita raccontata con sensibilità, partecipazione e le parole dell'autunno della vita. È questa, secondo me, la marcia in più del racconto e la giustificazione del ritmo diseguale, che alterna le pause con le accelerazioni, i "perché" cercati con il piombo nel cuore a quelli scoperti con inquietudine, ansia e infine terrore. Un'opera matura dal mondo "indie" sullo sfondo non banale di Matha's Vineyard, isola turistica notissima negli USA ma meno in Italia, descritta in termini che mettono voglia di visitarla.

My review of the novel "Prima di dire addio" by the indie author Giulia Beyman. The e-Book is also available in English with the title "Words in the dark".

giovedì 25 aprile 2013

La Cina fa shopping in Svizzera


Si sa da tempo che metà degli orologi svizzeri finiscono in Asia, acquistati in massima parte da clienti cinesi e di Hong Kong, entità commercialmente distinta dalla parte continentale del Paese. Ma l'economia emergente più dinamica del pianeta non si limita a importare prodotti di lusso e a spedire milioni di turisti in Europa, dove trovano lo shopping organizzato appositamente per loro - pullman, connazionali come guide e anfitrioni dei centri commerciali - a Parigi o a Ginevra. Ora, a finire nel mirino degli investitori di Pechino e Shanghai sono gli stessi fabbricanti, in particolari quelli che - essendo rimasti fuori dai grandi gruppi (Swatch, Richemont, LVMH, Pinault) - incontrano problemi crescenti di distribuzione e competitività.
Protagonista del nuovo trend è il gruppo China Haidian, controllato dalla famiglia di Hon Kwok Lung e quotato presso la borsa di Hong Kong, che nel 2011 ha rilevato la storica marca Eterna dalla famiglia di Ferdinand Porsche (la cessione comprende la licenza di produrre gli orologi Porsche Design) e ieri, alla vigilia dell'apertura di Baselworld, ha annunciato che nel suo portafogli è entrata anche Corum (nella foto sotto, la sede). Fondata nel 1955, la Casa di la Chaux-de-Fonds è la più giovane tra quelle dell'alta orologeria, ma nella sua storia relativamente breve si è guadagnata una reputazione prestigiosa sia nell'ambito della tecnica che del design. Nel 2000, la famiglia del fondatore René Bannwart l'ha ceduta al gruppo americano Wundermann, che ora - dopo il rilancio degli ultimi anni che ne ha ridorato il blasone - cede al corteggiamento cinese. La globalizzazione dell'industria orologiera elvetica non è una novità: i capitali di molti marchi prestigiosi risiedono da tempo all'estero. Lo è la presenza asiatica, che a trent'anni dalla possibile "nipponizzazione" di un settore in piena crisi sembra possedere i mezzi per diventare protagonista di un mercato apparentemente immune dalla recessione mondiale.
The Swiss watchmaker Corum announces the acquisition of its shareholding by China Haidian Holdings Limited. The Chinese group already owns the Swiss brand Eterna which has a license to manufacture and distribute globally “Porsche Design” watches.

venerdì 19 aprile 2013

Seven Deaths - Sette strane storie

Ho letto "Seven Deaths - Sette strane storie", raccolta di racconti dell'autore indie Ercole De Angelis. Questa è la mia recensione

I volti della Grande Livellatrice

"Seven Deaths" non fa sconti, proprio come la morte che ne è protagonista e filo conduttore. I sette racconti si leggono con l'inquietudine di chi sa che l'unica risposta possibile alla domanda di rito - "come va a finire?" - è "male". Eppure spiazzano, ricordando al lettore che esistono molti modi di andarsene: dall'eroico al grottesco, dalla morte di tutti i giorni a quella che sembra un sogno. La diversità delle situazioni, dei personaggi e - conseguentemente - degli stili rende difficile un giudizio complessivo. Personalmente ho preferito storie come "Rivoluzione", in cui il protagonista sembra temere più la vita - nel senso di noia quotidiana - della morte, e "La leggenda del ragazzo che volava", tenera parabola della diversità, a "Oltre il buio", dove il Diavolo è così petulante che viene voglia di mandarlo all'Inferno. "Di tasse si muore" appare fin troppo realistico, l'ipotesi angosciante di una fiction che può diventare cronaca. "Rosabella" celebra con grazia il lato comico della Grande Livellatrice. "Giorni qualunque" occupa la seconda metà della raccolta con un'altra vicenda amaramente reale: il sognatore indifeso cerca la Bellezza e la Purezza in un mondo aspro, cattivo e, non trovandole, diventa spietato giustiziere del destino. A parte la Morte, non esistono denominatori comuni in questo esperimento narrativo singolare, eterogeneo, a volte sconcertante. Che si distingue anche, a mio avviso, per una cura della forma superiore alla media delle produzioni indie.

lunedì 15 aprile 2013

Il pianeta "indie" e gli altri


Frequento da qualche tempo il mondo degli scrittori indipendenti, cioè gli autopubblicati che utilizzano gli strumenti messi a disposizione da internet (KDP, smashwords, ecc.) per accedere - o tentare di farlo - a un pubblico di lettori irraggiungibile per chi non ha la distribuzione garantita da una casa editrice. Ho letto diversi lavori e alcuni li ho recensiti su questo blog, dunque posso dire di essermi fatto un'idea della produzione indie nel suo complesso.
Premesso che in questo settore, come in qualunque altro, sarebbe scorretto generalizzare, è possibile individuare alcune caratteristiche comuni. Le positive sono una certa ricchezza di idee, come ho fatto notare nelle recensioni. Le negative riguardano l'auto-editing. Lo scrittore indie deve arrangiarsi da solo perché non può contare su una revisione professionale, ma troppo spesso non lo fa e la conseguenza è che il prodotto ha una qualità di tipo amatoriale.
Vorrei soffermarmi su questo aspetto perché capita di leggere affermazioni (di parte) secondo cui la produzione indipendente non ha nulla da invidiare a quella degli editori veri. Dissento fermamente perché anche questa è una generalizzazione: non si può mettere sullo stesso piano chi esercita la scrittura come un hobby, scrivendo (letteralmente) come parla, e chi tenta di farne un lavoro vero, in cui - come si suol dire - l'1% è ispirazione e il 99% traspirazione, cioè fatica, impegno, tempo. Pensare (e scrivere) che non esiste differenza tra le due categorie sarebbe fare un torto all'intelligenza del lettore: peccato imperdonabile, evidentemente, per uno scrittore o aspirante tale.
Su questo blog trovate quattro recensioni. Nei libri che ho commentato, le idee mi sembrano migliori della loro realizzazione, ma trovo che la forma rispetta uno standard minimo di qualità. Su altri due lavori indie, invece, non scriverò commenti né citerò gli autori perché desidero potermi esprimere senza offendere nessuno. Nel primo caso, mi sono fermato dopo cinque pagine perché le scelte lessicali sconfinano nell'umorismo involontario (in un'opera che non ha un tema umoristico). Nel secondo, sono arrivato fino alla fine perché la storia mi piaceva, ma ho avuto l'impressione di leggere un lungo componimento di terza media, non un romanzo breve.
Insomma, ciascuno ha il diritto (costituzionalmente garantito) di scrivere e leggere ciò che gli garba, ma non di farsi prendere sul serio quando afferma che un autore di successo è uguale al Pinco Pallino che scrive "pò" con l'accento. E l'argomentazione che in fondo i libri "indie" costano poco è inconsistente: il tempo richiesto al lettore vale più dei soldi spesi per l'acquisto, che si tratti di 1 o 10 euro.
Per crescere, secondo me, l'autore "indie" italiano deve lavorare di più, senza piangersi addosso né chiedersi perché gli editori cattivi trascurano i suoi capolavori e preferiscono puntare su Grisham (sotto, la copertina di uno dei suoi bestseller).