giovedì 17 gennaio 2019

Vintage timepieces - Jaeger-LeCoultre (1940s)


ENGLISH
This Jaeger-LeCoultre timepiece dates back to the Golden Age of Triple Date watches - the post-war years. It is fitted with the same movement - Caliber 451 - that also equipped the Vacheron & Constantin models.


Functions Hours, minutes, small seconds, date, day, month.
Size Diameter 35 mm,  thickness 11 mm.
Case 18k gold, snap-on back, corrector push pieces on the case middle.
Movement Calibre 451, manual winding, 28.8 mm, 17 jewels, Glucydur screw balance, flat hairspring, shock absorber, 18,000 vibrations per hour.


ITALIANO
Questo esemplare Jaeger-LeCoultre risale all'epoca d'oro degli orologi "tripla data", gli anni del dopoguerra. Al suo interno, lo stesso movimento - Calibro 451 - che equipaggiava anche i modelli Vacheron & Constantin.


Funzioni Ore, minuti, piccoli secondi, data, giorno, mese.
Dimensioni Diametro 35 mm, spessore 11 mm.
Cassa Oro 18k, fondo chiuso a pressione, pulsanti correttori sulla carrure.
Movimento Calibro 451, carica manuale, 28,8 mm, 17 rubini, bilanciere Glucydur a viti, spirale piana, dispositivo antiurto, 18.000 alternanze/ora.


lunedì 7 gennaio 2019

Pugili

Il mio romanzo preferito degli ultimi tempi non è un romanzo. Si intitola “The Good Son” ed è la biografia di Ray “Boom Boom” Mancini. Premesso, per chi non lo sappia, che Mancini era un pugile americano dei primi Anni 80, la ragione per cui ho trovato la sua storia più appassionante di un romanzo è che nemmeno l’autore più spregiudicato oserebbe condensare tutti gli ingredienti della fiction popolare in una sola trama. Violenza, coraggio, ambizione, sacrificio, speranza, riscatto, amore, trionfo, declino, tragedia. Soprattutto tragedia. Il nome di Mancini è legato a un evento che varcò i confini dello sport: la morte del coreano Kim Duk Koo, nel 1982, dopo il KO subito da “Boom Boom”. Quell’episodio ha segnato profondamente l’opinione pubblica americana (si parlò a lungo di abolizione della boxe), la famiglia di Kim (la madre suicida, il figlio orfano prima ancora di nascere), l’arbitro del match (un altro suicidio, così disse l’esito dell’inchiesta) e naturalmente Mancini, che dopo quel dramma non è più stato lo stesso. Di questo e altro si parla nel libro e nel film-documentario che ne è stato tratto. Quest’ultimo si chiude con le immagini struggenti dell’incontro fra Ray e i familiari di Kim.
Per me è la quarta lettura di boxe in due anni. I protagonisti di questo mondo non possono lasciare indifferenti perché la loro è una vita al limite. La caccia alla gloria, alla ricchezza o semplicemente a un futuro migliore passa attraverso esperienze di dolore e paura sconosciute agli atleti delle altre discipline, in un ambiente che sa essere perfino più spietato del ring.



Che i pugili siano personaggi a parte l’ho sperimentato anche nella mia unica intervista a uno di loro. Nell’aprile del 1993, inviato del Guerin Sportivo, andai a trovare Giovanni Parisi mentre preparava la difesa del titolo mondiale contro un pugile inglese. Con me c’era Beppe Briguglio, fuoriclasse del ritratto fotografico e autore delle immagini che vedete qui sopra. Non sapevo cosa aspettarmi, ma ci volle poco per capire che passavo dal brodino insipido alla bistecca al sangue, dalle dichiarazioni stereotipate di tanti calciatori a una Testimonianza con la T maiuscola. Molto di quanto disse riguardava gli eventi di quei mesi, roba che al lettore di oggi non interessa ma in quel periodo scottava: la politica organizzativa, gli intrallazzi di un mondo infido.
Quando ho riletto quelle pagine, ci ho trovato anche una frase che merita di essere riportata perché spiega in parte cosa significa essere pugile. “Da due mesi e mezzo faccio sei ore di allenamento al giorno. Flessioni, piegamenti, pesi, prove di resistenza e velocità, jogging, scatti sulla pista d’atletica, lavoro con i guantoni. Tutto questo, mangiando un’insalata poco condita a pranzo e un passato di verdura a cena. La notte dormo pochissimo perché la fame tiene svegli. Inviterei chiunque a seguire questo regime. Non per ottanta giorni come me. Ne bastano due. Potrebbe essere un’esperienza interessante”. Scrivendo che il racconto spiega “in parte” la vita di un pugile, intendevo dire che questa è la componente meno sgradevole. L’altra è fatta di colpi incassati al fegato, al cuore, alle tempie, agli zigomi, al mento. Anche in allenamento. Per chiarire, prendo in prestito un brano della biografia di Mancini. A parlare è il suo manager: “… Il difficile era trovare gli sparring partner. Offrivamo un compenso onesto, ma quasi nessuno lo trovava sufficiente per pisciare sangue il giorno dopo”.
Due anni dopo l’intervista, Parisi ebbe la chance di incontrare il grande Julio César Chavez in un match che, in caso di vittoria, ne avrebbe fatto una stella. Al mio direttore dell’epoca la boxe non interessava, così rinunciai a proporre di essere inviato a Las Vegas e presi quattro giorni di ferie per andarci a mie spese. Il giorno della partenza avevo 39.5 di febbre. Niente viaggio, persi i soldi della prenotazione e vidi il match dal letto, in TV. Parisi fu sconfitto con onore.
Da allora l’ho seguito da lontano fino al termine della carriera, sulla soglia dei 40 anni. Nel 2009, il pugno da KO per i familiari, gli amici, i tanti ammiratori: la morte in un incidente stradale a Voghera.
Purtroppo le storie di boxe hanno un difetto ricorrente. Non c’è la garanzia del lieto fine.