L'orologio con le ali - Anteprima


BENVENUTO!
Stai per leggere i primi tre capitoli (10% circa) del romanzo L'orologio con le ali e per incontrare i tre protagonisti: un Paracadutista al battesimo del fuoco il 6 giugno 1944 (D-Day), un bambino in lotta con le proprie paure nel 2014 e suo padre che sta tornando a casa dal liceo dove insegna storia. 
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L'OROLOGIO CON LE ALI

Marco Strazzi







EDITORE
Pressision S.A. - Rue de la Paix, 19
2300 La Chaux-de-Fonds (Svizzera)
pressision@bluewin.ch

Copyright © 2012 Marco Strazzi
Tutti i diritti riservati

ISBN: 2-9700519-3-1
ISBN-13: 978-2-9700519-3-0



A chi c'era
A chi ci sarà sempre



INTRODUZIONE

 Questa è un'opera di fantasia ispirata a eventi storici. I nomi sono fittizi perché sarebbe scorretto attribuire azioni e parole inventate, per quanto plausibili, a persone vere. Ma il Nono Battaglione e i suoi eroi sono realmente esistiti. Autentici come la gratitudine di chi visita i caduti nel cimitero di Ranville e ogni anno, il 6 giugno, celebra il ritorno dei Veterani in Normandia. Come le testimonianze e le ricostruzioni che il lettore vedrà citate nell'appendice bibliografica. Forse qualcuno troverà il tempo di servirsene per approfondire i temi trattati nelle prossime pagine e arriverà alla stessa conclusione di chi le ha scritte: a volte la verità è troppo grande per confinarla in un libro o in un sito internet, così grande che viene la tentazione di lasciarle varcare i limiti della storia, libera di diventare una favola.



1. 6 giugno 2014, ore 0:02


Bip-bip... clic!
Due secondi per picchiare il tasto. Veloce come Sam-Sam Youny sul parquet, palleggio, entrata e canestro. Troppo perché qualcuno abbia sentito. Non pensavo di riaddormentarmi, non questa notte, invece... Ricordo “in bocca al lupo”, il bacio della buona notte, la mano sotto il cuscino per controllare se c'era il sacchetto, poi più niente. Che sveglia ridicola, le braccia di Winnie Pooh al posto delle lancette, è roba da bambini ed io ho sette anni; anzi, da due minuti sono otto. Meno male che è l'ultima volta. Da domani userò la radiosveglia nuova, quella che sembra un pallone da basket. Me la regaleranno alla festa, lo so perché ho guardato dentro l'armadio di mamma e papà. Così non dovrò più ricordarmi di nascondere questo giocattolo ogni volta che vengono a trovarmi Malik e Yves. Sono i miei amici, ma scommetto che se lo vedessero lo racconterebbero a tutta la scuola: “Lo sai che Théo dorme con Winnie Pooh come quando aveva cinque anni?”
Nessun rumore, posso muovermi. In silenzio perché se la mamma si sveglia è un guaio. Due giorni che ce l'ha con me e non posso difendermi né raccontare, anzi se ci provo si arrabbia. È diversa da noi, meglio che non ne sappia niente, non dobbiamo farle correre rischi inutili... Papà avrà ragione, ma intanto ci vado di mezzo io e lui non può accompagnarmi perché è troppo tardi per convincere Pierre. Quando spiegava la missione, sembrava che non si accorgesse di nulla, come l'autista del bus la volta che ha saltato la fermata anche se io e la mamma avevamo la mano alzata: “Stai attento, devi fare così e così, non dimenticare niente, mi raccomando la puntualità”; uguale alla maestra, solo che lei chiede se abbiamo capito gli esercizi e, quando qualcuno risponde di no, li spiega un'altra volta, invece Pierre non mi lasciava aprire bocca. Ho dovuto aspettare che finisse per dirgli che forse era meglio aspettare papà.
“Non sappiamo nemmeno a che ora torna. E poi sarebbe inutile.”
“Perché?”
“Lo sai perché.”
Cosa potevo rispondergli? Fino a ieri aveva ragione ma adesso no, papà ha capito. Merito dell'orologio, dice. Mica vero. Secondo me non vuole ammettere che aveva ancora il buio dentro. Sarebbe bastato che ci arrivasse due giorni prima e ora potrebbe venire con me, scusarsi, dirgli che gli dispiace così saremmo contenti tutti, io più degli altri perché non dovrei vedermela con il corridoio da solo. Invece...
Paura. A Pierre non l'ho confessato perché mi vergogno, ma l'ha capito lo stesso dalla faccia oppure dal fatto che non parlavo più. Ne sono sicuro perché ha cambiato discorso. Mi ha chiesto della partita anche se non gli interessa il basket, anzi non ne sa nulla. Stava attento, però. Quando ha sentito che non m'importava perché avevo altro per la testa, si è arrabbiato: “Cosa penserebbero i tuoi compagni se lo sapessero? E i miei, se gli dicessi che non m'interessa la missione? Devi prendere tutto sul serio. La scuola, il basket, le promesse, gli appuntamenti. Altrimenti come posso fidarmi di te?”
Che significava? Che si sarebbe fatto aiutare da un altro perché sono troppo piccolo? Questo non lo sopporterei. Se lo dico io che sono piccolo va bene, a volte serve per evitare una sgridata, ma non mi piace sentirlo dagli altri. E poi cos'è questa storia della fiducia? È chiaro che si fida, altrimenti non mi avrebbe dato i suoi amici da preparare per la missione. Ci ho messo due ore e non ho neanche finito il compito di francese, però sono perfetti. Adesso glieli porto e voglio vedere se ha ancora qualcosa da dire sulla fiducia. Credo proprio di no. Anzi, secondo me se n'è già dimenticato perché gli adulti sono così, a volte non si sa cosa gli passa per la testa e magari non lo sanno nemmeno loro, così girano intorno alle cose, s’inventano delle storie.
Lui la fiducia, mamma e papà la crisi epilettica, quando eravamo al centro commerciale. Sarebbe bastato dire che non mi compravano il videogame della Galassia Perduta perché costa troppo, punto e basta. Invece hanno tirato fuori una lagna che non finiva più, sembrava una lezione di grammatica: non si può stare tanto tempo davanti al computer, fa male agli occhi e ai nervi, un bambino della mia età è stato ricoverato in ospedale per una crisi epilettica dopo aver giocato tre ore senza fermarsi, e poi non mi hanno nemmeno spiegato cos'è una crisi epilettica, però hanno messo su la faccia preoccupata e così hanno risolto il problema, ed io cosa potevo rispondere se non sapevo di che parlavano? Appena tornati a casa, ho acceso il computer per controllare se mi avevano raccontato delle balle. C'erano delle parole difficili, ma la più importante l'ho capita perché era spiegata bene. Convulsioni: è quando uno si rotola per terra. Non so quanto fa male, però sembra brutto. Chissà se fa venire le convulsioni anche la paura.
Ancora il corridoio, di notte. Come l'estate scorsa.
Certo che il tempo è strano. Perché ci sono cose che sembrano vicine anche se sono passati mesi o anni? La bicicletta della lotteria, per esempio. Potrei giurare che l'ho vinta ieri perché ricordo tutto, anzi vedo e sento tutto: il colore del biglietto, che era rosa e non lo volevo poi mamma e papà mi hanno convinto, la gente che parlava forte per farsi sentire da un tavolo all'altro, l'odore delle patatine fritte, il tovagliolo di carta che tenevo sul ginocchio perché non si accorgessero della macchia di ketchup sui pantaloncini, Vincent e Melissa che litigavano perché volevano lo stesso biglietto, il direttore della scuola che leggeva i numeri, l'urlo della mamma, la lattina d'aranciata che ha rovesciato mentre alzava la mano e meno male che era quasi vuota, la gente che applaudiva, la nonna che rideva come se avesse vinto lei, il papà che mi sollevava per mettermi sulla sella, il fotografo che mi raccomandava di sorridere. Per convincermi che sono passati due anni devo sedermi sulla bici e provare a pedalare; non ci riesco perché è diventata troppo piccola, anzi sono le mie gambe a essere troppo lunghe. Fa lo stesso: ho deciso che quello è il giorno più bello della mia vita e che non lo dimenticherò mai. Invece l'altra cosa avrei voluto cancellarla subito, ma non ci riesco nemmeno adesso. Quando l'ho detto alla mamma, ha risposto che passerà. Sarà vero? E se invece mi rimanesse in testa per sempre, come la lotteria?
Sarebbe stato meglio il buio, così non mi sarei accorto di nulla. Invece di notte lasciamo la porta del bagno socchiusa e la luce accesa, così chi ha bisogno trova la strada. Faceva caldo ed ero sudato anche se avevamo le finestre aperte dappertutto. Sono andato in bagno, ho fatto la pipì, mi sono lavato le mani, ma appena tornato nel corridoio ho sentito qualcosa che si muoveva sopra la mia testa. Allora ho rimesso la mano dentro per cercare l’interruttore e accendere la luce. Ho alzato gli occhi e le ho viste: due cose nere che giravano in cerchio, sembravano le pale di un ventilatore come quello che c'è sul soffitto della pizzeria dove ci hanno portati i genitori di Yves quando ha compiuto gli anni. Ma noi non abbiamo ventilatori, non ne abbiamo mai avuti. Tutt'a un tratto ho avuto l'impressione che il cuore perdesse un colpo e mi sono sentito tremare le gambe. Pipistrelli! Uguali a quelli del documentario in tv, quando avevo cambiato canale perché mi facevano paura. Non mi piacciono nemmeno quelli finti del carro di Carnevale. Quando passano i Ratapignata, guardo da un'altra parte anche se papà dice che sono un simbolo della città e che non possono farmi del male perché sono di cartapesta, ma a me sembra che siano pronti per attaccare, con quelle ali aperte.
Non riuscivo a muovermi, li guardavo e avevo l'impressione che qualcosa mi stesse gonfiando come quando tira un vento forte e se si tiene la bocca aperta sembra di avere troppa aria dentro. Forse i pipistrelli lo sapevano e aspettavano che esplodessi come i cattivi dei videogame, così avrebbero avuto dei pezzi più piccoli da mangiare e avrebbero leccato il mio sangue attaccato dappertutto, sui muri e sul pavimento. Ho urlato con tutta la forza che avevo, poi sono scappato in bagno e mi sono chiuso dentro a chiave. Per fortuna l'anno scorso non sapevo delle convulsioni, altrimenti mi sarebbero venute di sicuro.
“Che succede? Dove sei?”; la mamma, sentivo i passi che si avvicinavano.
“I pipistrelli! Non li voglio, mandali via!”
“Fammi entrare.”
“No! Se apro vengono anche loro. Chiama la polizia!”
Stava dietro la porta e parlava, parlava… Diceva che non si può chiamare la polizia per i pipistrelli, che in casa c’erano solo i due del corridoio, che erano entrati perché avevamo le finestre aperte, che volano così perché non ci vedono, che non è vero che bevono il sangue e si attaccano ai capelli, anzi sono utili perché mangiano le zanzare. Ma io piangevo e correvo su e giù per il bagno, e quando mi sono guardato allo specchio mi sono spaventato ancora di più. Non riuscivo a riconoscermi, ero rosso rosso, con gli occhi gonfi e un taglietto sulla guancia. Temevo che un pipistrello mi avesse graffiato mentre dormivo per assaggiare il mio sangue, invece mi ero fatto male da solo, con un’unghia, stropicciando forte per asciugare le lacrime. Questo me l'ha spiegato la mamma: più tardi, però. Lì per lì sapevo solo che ero in trappola e che nemmeno la finestra chiusa mi avrebbe salvato. I pipistrelli che stavano assediando la casa avrebbero sfondato il vetro da un momento all'altro e per me non ci sarebbe stato scampo, soprattutto se fossi rimasto solo. Così ho girato la chiave nella serratura e la mamma è saltata dentro, mi ha abbracciato e mi ha fatto sedere sul bordo della vasca, accanto a lei. Ho smesso di piangere, ma poi ho ricominciato perché si sentivano dei colpi nel corridoio. Ne stavano arrivando altri, ho pensato, grandi come quelli di Carnevale o come Batman, cattivi e assetati. “È papà: sta provando a spingerli fuori con la scopa.”
Dopo un po' abbiamo sentito la sua voce: “Potete uscire, sono scappati.”
“E se tornano? Io rimango qui.” Ci hanno messo mezzora per convincermi, e solo dopo avermi promesso che avrei dormito nel loro letto.
Ci sono rimasto una settimana poi sono tornato in camera, però per tutta l’estate abbiamo tenuto le finestre chiuse di notte. Si lamentavano del caldo, ma io mi mettevo a urlare appena sentivo parlare di socchiuderne una, anche se papà diceva che sarebbe rimasto lì accanto per impedire ai pipistrelli di entrare e che sarebbe andato a dormire solo dopo aver chiuso. È andata a finire che in primavera, brontolando perché costavano molto, hanno fatto montare due condizionatori, uno in camera loro e uno nella mia, così se teniamo le porte aperte il fresco va anche nel corridoio, nel bagno e un po’ nel piano di sotto. Ma io nel corridoio non ci vado lo stesso. Non ne ho più bisogno: da quella volta non mi scappa la pipì fino alla mattina.
Adesso invece devo percorrerlo tutto fino alla scala, scendere, attraversare la cucina, aprire la porta in fondo ed entrare in garage. Dieci volte più di quello che avevo paura di fare fino a ieri. Però è la mia missione, ha detto, non posso tirarmi indietro: “Ricorda che sei un soldato coraggioso.” Non sapevo cosa rispondere. “Lo sai cos’è il coraggio?”
“È quando uno non ha paura…”
“Sbagliato.”
“Ma…”
“Tutti hanno paura, anch'io e i miei compagni. Però la guardiamo in faccia perché se la vediamo sembra meno brutta e diventiamo coraggiosi. Proprio come te e domenica lo dimostrerai. Capito?” Ho risposto di sì, ma non era proprio vero. “E poi devi essere come tuo padre.”
Papà non me ne aveva mai parlato; anzi, prima sembrava sorpreso che lo sapessi, è anche diventato bianco in faccia. Era stanco per il viaggio, ha detto. Ma una volta la mamma mi ha spiegato che fa così quando è emozionato. Secondo me aveva ragione di esserlo: è una bella storia e lui è stato coraggioso perché non sapeva che in realtà non aveva nulla da temere, a parte il buio dentro. Sul momento l'ho capita meglio di quella faccenda che se uno sa com'è fatta la paura è meno spaventato. A quella ho pensato dopo. Anche a scuola, ieri mattina, infatti la maestra mi ha sgridato perché non stavo attento. Forse è come le convulsioni. Mi spaventano però le conosco. Se mi verranno perché ho paura saprò che dopo un po' andranno via. Se invece non avessi trovato niente su internet, sarei convinto che durino per sempre e forse durerebbero davvero per sempre. Poi c'è la canzone. Penserò a quella, se la paura è troppo brutta. A Pierre non l'ho detto, ma secondo papà può funzionare.
Meglio che mi muova, altrimenti arrivo in ritardo e chissà come si arrabbia.
Si sente qualcosa, le voci di mamma e papà. La luce nello studio è accesa, si vede tra la porta e il pavimento. Perché sono lì dentro a quest’ora? Mi piacerebbe ascoltare cosa dicono. A volte lo faccio: mi metto dietro la porta e trattengo il respiro per sentire meglio, forse hanno dei segreti e a me piace scoprire i segreti. Una sera, prima che capitasse la storia dei pipistrelli, se ne sono accorti e si sono arrabbiati, ma non erano in cucina, erano in camera e sospiravano, gemevano, non capivo cosa stava succedendo e sono entrato, loro si sono tirati il lenzuolo addosso in fretta e hanno detto che non si fa così, che...
Crac!
Il pezzo di parquet mezzo scollato! Dovevo camminare lungo il muro, come ho fatto a dimenticarlo?
“Cos’è stato?”
La mamma. Se salta fuori e mi vede cosa le dico? Che sto andando in bagno? E dopo? Che faccio se mi aspetta fuori? Papà ha promesso che se c'è bisogno ci pensa lui...
Forse è riuscito a distrarla: continuano a parlare. Mi sento un po' come Pierre. Cammino in silenzio, nel buio, sperando che nessuno se ne accorga. Però lui e i suoi amici corrono rischi veri. A me che può capitare? Al massimo la mamma mi tiene in casa tutta la mattina; non credo che annullerebbe la festa dopo la fatica che ha fatto per preparare tutto.
La porta del garage! Strano: ci sono arrivato senza accorgermene. Ero così preoccupato della mamma che ho dimenticato i pipistrelli. Forse le cose brutte esistono solo quando le hai in testa. Se non ci pensi più, spariscono. Questa sì che è una scoperta.
“Sei in orario.” Eccolo che spunta da dietro l’armadietto degli attrezzi. Dovrei esserci abituato, ma continua a farmi un po’ impressione. È così alto, più di papà e degli altri adulti che conosco. “Hai avuto paura?”
“No.”
“Lo sai che non mi piacciono le bugie, vero?”
“Sì…”
“Dunque?”
“Un po’…”
“Un po’ quanto?”
“Abbastanza…”
“E allora? Come hai fatto?”
Difficile stargli dietro quando spara tutte quelle domande una dietro l'altra. Spesso non ci riesco, allora sto zitto e aspetto che mi faccia capire lui cosa devo rispondere perché temo di dire una stupidaggine e di farlo arrabbiare. Adesso no, voglio raccontargli subito dell’arma segreta: “Ho capito che c'è un altro modo.”
“Di fare cosa?”
“Di cacciare via la paura.”
“Quale sarebbe?”
“Non c'è bisogno di guardarla in faccia. Basta dimenticarla.”
“Ottima idea, potrebbe servire anche a noi. Tutto qui?”
“Cosa...?”
“È solo per questo che sei venuto? Perché hai dimenticato la paura?”
“No, no: è la mia missione.”
“Bravo”, quando sorride è simpatico, peccato che non lo faccia più spesso. E più a lungo; ora mi guarda strano: “Mettiti sotto la luce.”
“Perché?”
“Voglio vedere una cosa... Che hai sulle guance?”
“Niente...”; se n'è accorto, eppure la mamma ha strofinato forte e in garage è quasi buio perché quando si è fulminata la lampadina del soffitto papà ci ha attaccato la prima che gli è capitata sotto mano, ed è troppo debole.
“Siamo noi a partire, non tu”, ride; come fa a essere così tranquillo? “Domani mattina lavati, altrimenti farai una figuraccia con gli invitati.”
Meglio cambiare discorso, ne ho abbastanza di quella storia: “Sai... adesso si ricorda di te.”
“Non mi ha mai dimenticato. Tu riusciresti a dimenticare uno come me?”
“E l'orologio... c'è riuscito.”
“Ci siete riusciti. Sei stato bravo anche tu. Li hai portati?”
“Qui, nel sacchetto”
“Vuotalo sul pavimento.”
“Vanno bene così?”
 “Perfetto. Mettili in piedi e attento a non toccarli sulla faccia: ricordi il disegno per la scuola?” Come no, ho dovuto rifarlo perché ci avevo appoggiato la mano sopra e dopo sembravano le impronte digitali dei telefilm. “Vicini, in fila per due. Non così: devono guardarsi. Ecco... Grazie. E buon compleanno.”
“Ti lascio una fetta di torta, così se fai in tempo...”
“Mi piacerebbe, ma sarò lontano. Ti divertirai lo stesso: avrete la casa piena di gente.”
“Compi gli anni anche tu...”
“Gli amici mi faranno gli auguri sull'aereo e mangeremo qualcosa insieme. Ora vai.”
“Posso fermarmi ancora un po'? Fino a quando partite.”
“No. È tardi e devi riposarti.”
“È domenica...”
“Non ci tieni a essere in forma per la festa?”
“Sì, ma...”
“Che c’è? Lo sai che gli ordini non si discutono.”
“No. Cioè sì. Però volevo chiederti...” Si vede dalla faccia che le mie domande cominciano a stancarlo. È la stessa di mamma e papà quando dicono “ne parliamo più tardi” e “ora non posso, devo concentrarmi.” Concentrarsi... Anch'io mi concentro quando faccio un problema di aritmetica, però non mi sembra così complicato. Forse per gli adulti è più difficile. Lo so che dovrei lasciarlo in pace perché rimane poco tempo, ma non me ne vado se prima non risponde: “Quando torni?”

2. 6 giugno 1944, ore 0:02

Tenevo lo sguardo fisso nella penombra per catturare quei bagliori minuscoli e convincermi che gli altri erano davvero seduti a due passi da noi. Dopo il decollo non avevo più visto i loro volti, solo sagome, le sigarette accese unico indizio della loro presenza, anomalie intermittenti che sembravano fluttuare nell'oscurità come se pendessero da fili invisibili e non dalle dita dei miei compagni. Tacevano tutti a parte il capitano Kadwell, che aveva deciso di attaccare discorso proprio con me. Questa volta non gli bastava punzecchiarmi per ingannare il tempo come in mensa. Voleva costringermi a reagire, capire se ero pronto. Quando mi allungò il sandwich non scossi nemmeno la testa; sperai di fargli credere che il rombo dei motori m’impedisse di sentirlo, ma tornò alla carica parlando più forte, quasi urlando: “Se sei diventato sordo, mi dispiace per te, Roger. Troppo tardi per darti malato.”
Non potevo rispondere di lasciarmi in pace né tanto meno mandarlo al diavolo. Per via del grado, anzitutto. Ma dubito che l'avrei fatto anche se l'avessi incontrato da civile, allo stadio, senza conoscerlo. Naso schiacciato, fisico da mediomassimo, quel modo di piantare gli occhi in faccia a chi gli stava di fronte... L'aveva imparato sul ring, diceva, per battere l'avversario prima di colpirlo. “La sento, signore.”
“Allora non hai giustificazioni: chi rifiuta la torta di un ufficiale finisce davanti alla corte marziale. Che c'è, non ti piace la festa? Eppure siamo in tanti.”
“Sì signore.”
“Mangia e fammi gli auguri. È un ordine.”
“Buon compleanno.”
“Così va meglio”, disse mentre mi sforzavo di deglutire, “Un invitato scorbutico non mi serve. E nemmeno un soldato che sviene per la fame.”
Se ne sarebbe rimasto zitto per un po', ora che l'avevo accontentato? Volevo riflettere, cercare un modo per dimenticare quel peso tra il petto e lo stomaco, la sensazione di un corpo estraneo che non mi lasciava da quando il capitano ci aveva schierati sulla pista, accanto alla fusoliera, in fila e girati verso il fondo, lui in testa perché sarebbe stato l'ultimo a entrare e il primo a saltare. “Venti OK!”, “Diciannove OK!”, ripetemmo come facevamo prima dei lanci d'addestramento mentre controllavamo il paracadute del compagno che ci precedeva, fino al “Tutti OK!” del capitano.
Il primo a salire i gradini della scaletta cominciò a cantare e gli altri lo seguirono, anche il capitano. Non potevo stare zitto solo io, così feci la mia parte e quando mi sistemai sulla panca di metallo provai a convincermi che non avevamo in comune solo mesi d'addestramento, l'uniforme e la missione. Sentivamo tutti quel clandestino voluminoso seduto sulla pancia e tutti cercavamo di allontanarlo con le parole di un inno alla birra e alle donnacce.
Però stavamo meglio noi di Ted. Non l'avevo mai visto piangere, nemmeno quando si era beccato una pallottola nella tibia alla prima esercitazione con le munizioni vere. Imprecava come un ubriacone buttato fuori a calci dal gestore di un pub, ma niente lacrime e rifiutò pure la morfina. Troppo furioso per avvertire il dolore. La sua strada finiva lì e l'aveva capito subito. Un altro si sarebbe lasciato rispedire a casa senza storie. Lui no, volle rimanere anche se zoppicava e non poteva fare altro che dare una mano in mensa o in armeria. Quando lo vidi alla guida del camion che ci avrebbe portati sulla pista, mi fece piacere: un amico, il migliore che avevo nel plotone, da salutare per ultimo al momento di partire. Cambiai idea mentre ci stringevamo la mano, alla luce dei fanali. Ora sì che piangeva. Senza urlare, anzi senza dire nulla, a parte quattro parole bisbigliate a fatica: “Dovrei essere con voi.” Scherzai, dissi che era fortunato perché avevo dimenticato l'armadietto aperto e dentro c'erano degli spiccioli, li avrebbe spesi al posto mio per bere un paio di birre. Servì a poco. Non era l'arrivederci che avrei voluto.
Quando la canzone finì ammutolirono, qualcuno si accese una sigaretta. Erano riusciti a cacciare via il clandestino o era ancora lì e tentavano di bruciarlo insieme con il tabacco nella luce rossastra della cenere? A me il coro non era bastato. Ci voleva altro. Una prova di memoria, perché no? La lista completa di ciò che avevo addosso, decine di oggetti da elencare per far passare un minuto e dimenticare il resto. Meglio scoprire di aver lasciato qualcosa al campo che farsi schiacciare da quel peso senza nome.
Camicia dell'uniforme sopra la canottiera traforata e la maglia portafortuna. Pantaloni con la razione per un giorno e due granate Mills nel tascone sopra il ginocchio sinistro, pugnale e siringa di morfina nei taschini di destra, compresse per la medicazione nelle tasche posteriori. Giacca Denison con la mappa di seta cucita sulla fodera; kit d'evasione, pillole vitaminizzate e banconote nella tasca interna; cuffia di lana, basco e revolver nelle tasche esterne. Fune avvolta intorno alle spalle e alla vita. Velo mimetico al collo. Corpetto senza maniche per il lancio. Giubbotto salvagente. Sten e caricatori fissati al petto dalle cinghie del paracadute. Elmetto con rete mimetica e scarponi. Guanti e calzettoni di lana. Tutto il resto stipato nello zaino e nelle giberne che tenevo all'interno della sacca fissata alla gamba destra: granate Gammon e al fosforo, munizioni per i Bren del plotone, baionetta, biancheria di ricambio, pullover, cerata, scarpe di tela, salvietta, razione supplementare per un giorno, gavetta, tazza, borraccia, pala smontata in due parti, cesoie per il filo spinato, maschera antigas, torcia, rotolo con coltello, forchetta, cucchiaio, rasoio, spazzolino da denti, specchietto, pettine, lacci da scarpe, bustina con ago, filo e bottoni. E poi il libro paga, le targhette d'identificazione appese al collo e i passanti rossi del Battaglione, fissati alle spalline all'ultimo momento perché uno dei ragazzi della mensa mi aveva fatto notare che non li avevo: “Se il comandante se ne accorge, sono guai.”
Tutto a posto, circa cento libbre. Anzi, cento libbre e tre once. Dimenticavo il libriccino, forse perché era finito nella sacca per primo, talmente fuori posto da precedere l'equipaggiamento vero. Dovevamo studiarlo bene, avevano raccomandato, eppure le prime parole sembravano uno scherzo: “Questo libro non ha nulla a che fare con le operazioni militari.” Leggere mi era sempre piaciuto poco, a parte i fumetti e le notizie sportive sui quotidiani, ma non ero l'unico a trovare incomprensibile che ci facessero perdere tempo con un manuale di comportamento. Non sarebbe bastata qualche istruzione al campo, una mezzoretta e via giusto per ricordarci di non chiamarli Mangiarane?
Il tipo in borghese – uno del Ministero, dissero – fece un discorso solenne, senza mai sorridere, e volle assistere alla distribuzione come se non si fidasse e temesse che qualcuno rimanesse senza. Quando cominciai a leggere, mi incuriosirono la storia, la geografia, le abitudini, le frasi da imparare a memoria. Ma le raccomandazioni… Ci trattavano come deficienti: salutare, rispettare tutti e in particolare le donne, mostrare comprensione per le sofferenze patite e apprezzamento per il contributo della Resistenza, tentare di esprimersi in francese facendo il possibile per capire ed essere capiti, se necessario facendosi mettere per iscritto ciò che non comprendevamo. E i divieti, tanti che sembravano le prediche di mia madre quando ero un bambino. Non criticare l’esercito sconfitto nel 1940, non discutere di religione e di politica, non accettare cibo dai civili perché ne avevano troppo poco per poterlo regalare, non mettere a soqquadro nemmeno gli alloggi abbandonati, non ubriacarsi, non regalare né tantomeno vendere parti dell’equipaggiamento o delle razioni...
“Prima delle partite mangiavi qualcosa, no?”, ancora lui.
“Partite?”
“Con la tua squadretta.”
“Il Tottenham non è una squadretta, signore. Ha vinto due Coppe della Football Association.”
“Me l'hai detto mille volte. Ma è successo nel Medio Evo. Invece il Liverpool continua a vincere. Campione 1943, ricordi?”
“Della Lega Nord. E il Tottenham a Sud, qualche settimana fa.”
“Questo non lo sapevo. Vuoi dire che gli è bastato liberarsi di te per diventare forti?”
“Io ho giocato solo quattro volte...”
“... Poi hanno capito che era meglio mettere in campo il primo arrivato o rimanere in dieci.”
“Non è vero”, mi aveva punto sul vivo e, nella foga, dimenticai di aggiungere “signore”; “È colpa del pubblico. Fischiavano appena sentivano il nome in formazione perché avevo sedici anni e non mi conosceva nessuno. Volevano professionisti, gente famosa...”
“Mi sembra logico.”
“Se fossero stati dei nostri sì, ma venivano da fuori. Chiedevano il permesso ai loro club, giocavano per incassare i trenta scellini della partita e poi tornavano da dov'erano venuti. Quando se ne presentava uno all'ultimo momento, mi spedivano tra il pubblico anche se ero già pronto per andare in campo. Ma fa lo stesso: quelli erano campionati strani, anzi lo sono ancora. Squadre che vincono 9-0 e la settimana dopo perdono 6-0 con lo stesso avversario...”
“Strani? Tra poco ricominceranno quelli normali e vedremo quanto vali. Se sei bravo come dici, ti auguro di passare al Liverpool.”
Evitai di replicare. Dopo tutto gli dovevo qualcosa. Quando gli avevo chiesto il permesso di indossare la maglia degli Spurs sotto l'uniforme aveva sbuffato un “sì” da fratello maggiore annoiato cui i genitori hanno affidato il piccolo di casa da tenere d'occhio durante la loro assenza. Non mi ascoltava nemmeno, mentre spiegavo che avrebbe portato fortuna perché il galletto dello stemma ricorda la Francia ed era lì che ci stavano mandando. E adesso ero certo che in realtà del calcio non gli importava nulla. Voleva distrarmi e intanto si chiedeva, come faceva da mesi, se sarei stato all'altezza. Per lui ero un ragazzino, eppure avevo diciassette anni e mezzo e durante l'addestramento ero sempre stato tra i migliori del plotone. Solo il primo lancio dall’aereo era andato maluccio. Un atterraggio goffo, una gran botta, però mi ero rialzato subito, stordito, ammaccato ma senza un lamento, muto come un pesce. “Più sono giovani più vogliono fare gli eroi”, aveva borbottato senza guardarmi dopo aver assistito alla scena, a voce abbastanza alta perché lo sentissi.
Provai a spiargli i lineamenti per indovinare cos'altro avrebbe tirato fuori per farmi parlare, ma il viso annerito si confondeva con l'elmetto e solo gli occhi sembravano bucare l'oscurità. Eroi… Non c'è bisogno di eroi, aveva ripetuto anche sul camion. Bastava fare la propria parte, recitare la lezione come avevamo fatto fino alla noia nelle settimane precedenti. Senza improvvisare e, soprattutto, senza sbagliare. L'obiettivo era identico alla riproduzione che ce ne avevano fatto al campo, in ogni dettaglio: al posto del cemento armato c'erano impalcature di ferro, legno e tela, però le postazioni delle mitragliatrici e dell’antiaerea, le casematte con i cannoni, il reticolato, il campo minato, il fossato anticarro erano tali e quali alle foto. Tutto ricostruito fedelmente, compresa l'ultima parte del tragitto per arrivare sul posto, e nel rispetto delle distanze: le cento yarde che percorrevamo a West Woodhay sarebbero state cento anche nei pressi dell’obiettivo, non ottantacinque o centoventi. Sarebbe andata come nelle simulazioni, garantiva il capitano: perché non avrebbe dovuto? Voleva apparire sicuro ma secondo me qualche dubbio l'aveva. Pochissimi di noi, uno su venti al massimo, avevano partecipato ad azioni vere. Ed eravamo tutti giovani, io più degli altri, la maggior parte tra i diciannove e i ventidue anni. Come avremmo reagito vedendo i nostri compagni cadere, sentendo gli spari, le urla dei feriti?
Nemmeno lui era un veterano. Era nell’esercito da quattro anni, ma non si era mosso dalla sua caserma di Liverpool per i primi tre e il nemico non l'aveva mai visto. Il grado se l'era guadagnato nella Territorial Army, poi si era offerto volontario perché era stufo di starsene con le mani in mano, disse quando lo incontrai la prima volta. Non fu difficile credergli perché mi trovavo lì per lo stesso motivo. Qualche settimana dopo, invece, pensai che scherzasse. Per essere coraggiosi bisogna conoscere la paura e guardarla dritta in faccia, giurò; anzi, è indispensabile avere paura. Mi sembrò una teoria strana per un pugile, ma lui insistette, serio serio: al contrario, era l'arma perfetta. Aggressività e prudenza, la ricetta gli aveva permesso di vincere molti match senza correre rischi inutili e - giurava, forse esagerando come gli capitava spesso - l'avrebbe portato alle Olimpiadi del 1944 se Hitler non avesse deciso di conquistare il mondo. Non importa, aggiunse, i Crauti sono spacciati, gli diamo il colpo di grazia poi torno sul ring. E da Jane.
Si erano sposati due settimane prima della partenza per l'addestramento, era stato lui a insistere. Si conoscevano da una vita, vicini di casa, allievi della stessa scuola poi fidanzati. Non c'era motivo di attendere, mi diceva come se non gli fosse bastato convincere lei e volesse persuadere anche me. La guerra sarebbe finita presto e lui sarebbe tornato a casa tutto intero. Zoppicante per il peso delle medaglie, tutt'al più. Una delle battute che preferiva. Solo lui. Da quanto avevo capito, Jane non la trovava divertente. Mi aveva mostrato una foto: capelli chiari sciolti sulle spalle (“rossi”, aveva specificato, “ma sottili e lucidi; non come il gomitolo di lana che hai in testa tu”), sul volto punteggiato dalle lentiggini un sorriso forzato e gli occhi aperti rivolti oltre l'obiettivo della macchina che davano l'impressione di scrutare lontano, nel futuro. In quello sguardo mi era sembrato di cogliere fragilità, inquietudine, ma sbagliavo. Un giorno avrei imparato che Jane era più forte di me.
Quanti di noi sarebbero tornati indietro? Ricordai un frammento di conversazione rubato in mensa qualche giorno prima. Due ufficiali medici parlavano della postazione da allestire per i primi soccorsi: al più presto perché si attendevano un numero molto alto di feriti. Quando si resero conto che li stavo ascoltando, si alzarono e uscirono. Non sarebbe stato necessario. Da tempo si discuteva di percentuali. Qualcuno diceva che saremmo morti quasi tutti, altri che sarebbe stata una passeggiata perché i Crauti si sarebbero arresi. Io mi ero schierato per il cinquanta per cento. In pratica, se all'operazione avessimo partecipato solo io e il capitano, uno di noi non avrebbe visto l'alba del giorno dopo. Chi dei due?
L'avrei saputo presto, pensai mentre mi rifilava una gomitata sul fianco. Aveva la mano sinistra nel tascone dei pantaloni e pareva che cercasse qualcosa. Avrei voluto fare lo spiritoso, dirgli che se aveva dimenticato lo spazzolino era tardi per rimediare, ma non ne ebbi il coraggio e tornai alle mie riflessioni. Avevo paura, quella pressione insistente sulla bocca dello stomaco, ma non di morire. Temevo di tornare a casa invalido, un peso per me stesso e per gli altri, e soprattutto che il capitano avesse ragione a dubitare di me, che avrei deluso i compagni, che se avessi fatto una sciocchezza avrei causato la morte di ragazzi con cui avevo condiviso mesi di fatiche, scherzi e imprecazioni contro i superiori durante le marce notturne.
Intravidi un lampo con la coda dell'occhio e mi girai: il capitano si stava puntando la torcia elettrica sul polso sinistro.
“Che c'è, signore?”
“Accendo l'orologio”

3. 31 maggio 2014, ore 15:12

Il cielo è una diga plumbea che sta per cedere. Seduto in sella allo scooter, un piede appoggiato sull'asfalto, Cédric Roussel ascolta il toc-toc dei primi goccioloni sul casco e spia il semaforo rosso, una ventina di metri più avanti, oltre le auto in coda. Invadere la corsia sinistra per aggirare la fila e piazzarsi davanti a tutti prima che scatti il verde? Rischioso, se c'è un poliziotto di cattivo umore appostato oltre l'incrocio. Ma se la fa franca Cédric guadagna qualche secondo e, forse, riesce a mettersi in salvo prima del nubifragio. Mentre si avvia, non ha bisogno di spiare attraverso i finestrini per sentirsi addosso lo sguardo di chi assiste alla manovra. Dev'essere ostile come il suo quando le parti s’invertono e un imbecille su due ruote gli urta lo specchietto per insinuarsi tra la portiera e lo spartitraffico.
Non importa. È disposto a incassare un colpo di clacson e qualche insulto, perfino a rischiare una multa e un punto in meno sulla patente, pur di non tornare a casa inzuppato fino alle ossa come venti giorni fa. La mattina dopo, mentre compiva il tragitto inverso in autobus e starnutiva cinque volte al minuto, ha memorizzato i possibili rifugi lungo la strada per farsi trovare pronto nel caso la minaccia si ripresentasse. E in serata, per essere certo di averli localizzati tutti, ha studiato il percorso anche al monitor, su Streetview. Ora è costretto ad ammettere che, se proprio doveva trovarsi nella stessa situazione, ha avuto fortuna: la salvezza è duecento metri più avanti. Nella luce livida che sembra annunciare un'eclisse, Cédric completa il sorpasso con uno scarto a destra piazzandosi con entrambe le ruote sulle strisce pedonali, come ad accertarsi di violare tutte le norme possibili del codice. La farmacia di fronte, al piano terreno dell'immobile tra Pessicart, Arène e Domaine du Piol, accende l'insegna. Toc toc toc, il ritmo dei goccioloni aumenta.
Verde! Cédric si tuffa nella semicurva che normalmente segnala il confine tra il traffico del centro e l'inizio del percorso in salita verso casa. Oggi no: la meta è un immobile recente di cinque piani, parallelepipedo grigio con verande vetrate e balconi rossi incastonato fra un condominio più basso e una casetta con il tetto spiovente. Accostamento discutibile, ma a Cédric interessa il tunnel d'accesso all'autorimessa, non le contraddizioni del piano regolatore cittadino. L'asfalto già inumidito gli consiglia prudenza, mentre raggiunge il centro della strada e attraversa. Percorsa la rampa fino al portone basculante, inverte la marcia e si piazza con il fanale acceso rivolto verso l'entrata. Al sicuro, al coperto e quasi asciutto: un miracolo, mentre poco più in là si abbatte una scarica fragorosa, gocce lucide e pesanti come biglie che se non fosse per gli schizzi si direbbero chicchi di grandine.
La prima riflessione è la più scontata della sua vita recente: chi gliel'ha fatto fare? Perché lasciare il comodo appartamento in centro dal quale nessuno l'avrebbe sloggiato, con la scuola a dieci minuti di cammino, per inseguire il miraggio della villetta indipendente, esporsi alle incognite del tempo due volte al giorno e indebitarsi fino all'età della pensione? Domanda oziosa, poco più di un espediente per convincersi che le motivazioni rimangono valide a due anni di distanza. Il giardino minuscolo ma tutto per lui, Sylvie e Théo; il garage, l'aria pulita, la trentina di metri quadri in più. E il prezzo: ragionevole, perfino allettante. I proprietari avevano fretta di concludere perché si trasferivano in Canada, sembrava un'occasione da non perdere. Metà dell'acquisto finanziato con i risparmi, il resto con un mutuo che non appariva proibitivo: possono contare su quasi due stipendi, il suo tempo più che pieno - benedetta la riforma del liceo con i tutoraggi e gli stage che gli consentono di arrotondare - e l'ottanta per cento di Sylvie. Se non cambia nulla nei prossimi diciotto anni ce la faranno. Se.
Quando ci s’innamora si perde la testa e di quella casa si erano innamorati a prima vista. I trasferimenti? Dettaglio trascurabile, avevano pensato. Sbagliando. Il budget familiare, già provato, non è compatibile con l'acquisto di una seconda auto. Così hanno dovuto accontentarsi di uno scooter usato, che tocca quasi invariabilmente a Cédric perché il compito di passare a prendere Théo da scuola si adatta meglio agli orari di Sylvie.
 Un tuono più vicino degli altri scatena l'antifurto della berlina parcheggiata, in divieto di sosta, dalla parte opposta della strada, frangiflutti del torrentello che si è formato tra il marciapiede e la carreggiata. Cédric spegne il motore, si toglie il casco e lo appende al manubrio. Per ammazzare il tempo ha a disposizione la pubblicità che spunta dalle buche delle lettere nel vano alla sua destra, accanto al pannello con i pulsanti e il citofono, e il portatile con gli auricolari. Meglio la musica. In casi come questo la scelta è sempre la stessa: Glasgow 1976 o Birmingham 2006, trent'anni di distanza e la medesima energia, decisione ardua se Cédric non l'avesse affidata da tempo al principio dell'alternanza. Oggi tocca al concerto del quarantenario. Status Quo dal vivo, antidoto di provata efficacia e strettamente personale contro la noia o il malumore da imprevisto. Nessun altro, nella sua cerchia di conoscenti, trova rilassanti - o sopportabili, per usare un termine più appropriato - pezzi come “Caroline” o “Down down.” Quando i familiari sono in auto con lui, si sente in dovere di scegliere qualcosa di meno aggressivo - Adele, Coldplay, Dido, i sempreverdi Abba - anche perché ricorda ancora la domanda che gli rivolse tanti anni fa Sylvie, sfiorando l'incidente diplomatico quando il rapporto era ancora giovane: “Riesci davvero a distinguere una canzone dalle altre?” Per gli amici e i colleghi ci sono Alizée, Celine Dion, i Superbus, Mylène Farmer. Pop più o meno indigeno, tanto per scansare le battute: Cédric l'anglofilo, quello che la sua capitale è Londra, anzi Liverpool. Già: se abitasse nel Merseyside e dovesse spostarsi con lo scooter, a evitargli di cadere nella tentazione della villa fuori città sarebbe stato il clima.
D'un tratto pare che qualcuno, fuori, abbia acceso una lampadina. Cédric si dà una spinta con le gambe per accostarsi all'uscita. Il nubifragio ha ceduto il posto a una spruzzata sottile, goccioline fitte e leggere che brillano su uno sfondo cui il sole, spuntato da qualche parte a ovest della città, dona una tonalità grigio perla abbastanza incoraggiante benché estranea alla gamma cromatica della Costa Azzurra quanto il coperchio cupo di pochi minuti prima. Si direbbe piuttosto uno di quei pomeriggi inglesi che non si sa se indossare una polo a maniche corte o un impermeabile. Mentre arretra - troppo presto per ripartire - Cédric si lascia sfuggire un sorriso, il primo da quando il preside gli ha concesso il via libera per il fine settimana, e sfiora il display per zittire la Fender Telecaster di Francis Rossi perché ha l'impressione di udire qualcosa dietro il fruscio della pioggerella e negli intervalli fra i latrati della berlina, un coro che rimbalza su migliaia di braccia alzate e di sciarpe tese. Falso allarme, è uno scherzo della memoria.
***
Ventisei anni fa, un'altra vita e un altro mondo. Il tunnel sotto la Manica non esisteva, i voli low cost nemmeno. All'epoca si chiamavano charter, costavano meno degli aerei di linea ma rimanevano abbastanza cari da mettere in crisi le casse di uno studente diciottenne al punto da rendergli inavvicinabile anche il più scalcinato degli alberghi londinesi. Però al viaggio per festeggiare la maturità con gli amici - “Quattro Moschettieri” li chiamavano i compagni di classe in omaggio alla solidità granitica del gruppo - non aveva voluto rinunciare. Ostello della gioventù, dunque, e fish & chips tutti i giorni, per lo sconforto di Olivier, Damien, Wilfred. Che un po' scherzando e un po' no sfruttavano ogni inconveniente per rinfacciargli la scelta della destinazione. Clima infame, alloggio da baraccati, cibo deprimente: più che una vacanza-premio sembrava un castigo; immeritato, dal momento che il diploma l'avevano portato a casa. Con Damien parla ancora, di tanto in tanto. È il gestore del supermarket dove Cédric e Sylvie vanno a fare la spesa di sabato, lasciando Théo nell'area sorvegliata per i bambini, dotata di giochi, televisore, tavoli per disegnare, qualche volta di animatore vestito da clown o da prestigiatore. A ogni incontro Damien gli ricorda come ha guastato la festa a tutti con quel soggiorno da incubo. Al diavolo l'Inghilterra, impreca: non ci sono più tornato.
Lui sì, una volta, breve soggiorno di studio parzialmente rimborsato dalla scuola, ma l'avventura da ricordare è quella con gli amici. Che nonostante il dissenso di fondo non si erano ammutinati, riconoscendogli un'autorità fondata su argomenti inoppugnabili: i risultati nei test d'inglese e le conoscenze enciclopediche sul rock e il calcio, pietre angolari della cultura britannica per qualunque diciottenne. La sua leadership uscì indenne perfino dalle iniziative più discutibili delle due settimane. Il concerto all'Apollo di Hammersmith, brutale aggressione ai timpani ordita da un improbabile reduce dell'era punk e dalla sua band nella nebbiolina e nell'aroma acre esalati da centinaia di spinelli. E la trasferta in treno a Liverpool, prima giornata di campionato, un pomeriggio di metà agosto che sembrava novembre, umido, freddo, grigio, un incubo per i compagni di viaggio e il coronamento di un sogno per Cédric, la meta agognata da quando, alla porta della sua camera, aveva affisso una rudimentale copia disegnata in casa del pannello che accoglie i giocatori mentre scendono le scale degli spogliatoi, il cormorano rosso in campo bianco con la scritta “This is Anfield.” Anfield Road, la tana del Liverpool Football Club. Un monito per gli ospiti, un promemoria per i padroni di casa, un mito per i fanatici del pallone.
This is Anfield. E lui c'era. Stava per guardare la partita dai gradoni di cemento del Kop - il settore dei supporter locali, dove all'epoca si stava in piedi - e, adesso che ci pensa, non ricorda nemmeno chi erano gli avversari. Roba da poco, altrimenti non sarebbe riuscito a trovare i biglietti per centellinare l'attesa nel cuore della passione, contemplando il prato ancora vuoto e mormorando che non esiste un verde più verde dell'erba di uno stadio inglese, mentre Wilfred, accanto a lui, lo ascoltava con l'aria mesta di chi deve arrendersi all'evidenza: il suo migliore amico aveva raggiunto lo stadio in cui l'ospedale psichiatrico non è più un'opzione ma una dolorosa necessità. Poco dopo aveva cominciato a piovere - la stessa aspersione lenta e regolare, ma con dieci gradi in meno, che sta depositando un velo leggero sul tettuccio della berlina ululante - e la folla aveva intonato You'll Never Walk Alone, il successo di Gerry and the Pacemakers diventato inno dei Reds negli Anni 60.
Cédric ne conosceva e ne conosce a memoria il testo, stranamente in armonia con la mutazione in atto oltre la soglia dell'autorimessa: Mentre cammini nella tempesta / Tieni alta la testa / E non avere paura del buio / Alla fine della tempesta / C'è un cielo dorato / E il dolce canto argenteo dell'allodola / Continua a camminare attraverso il vento / Continua a camminare attraverso la pioggia / Anche se i tuoi sogni sono stati spazzati via / Continua a camminare con la speranza nel cuore / E non camminerai mai solo. L'occasione di cantare con i 50.000 di Anfield Road era lì, pronta da cogliere, ma Cédric non riusciva ad andare oltre un fremito muto delle labbra. Immobile, con la pelle d'oca, gli occhi lucidi e un groppo alla gola, sopraffatto, si chiedeva come Wilfred e gli altri potessero ridere e scambiarsi battute sul bestione calvo con il torso nudo tappezzato di tatuaggi che si sgolava tre gradini più in basso. Poi aveva trovato una spiegazione: loro si divertivano o tentavano di farlo perché erano allo stadio, mentre lui era in chiesa, e in chiesa non sta bene ridere. Come avrebbe giustificato il sacrilegio se fosse stato chiamato a farlo dai custodi della fede che li circondavano? Meglio non pensarci: tre anni dopo l'Heysel la reputazione dei tifosi del Liverpool rimaneva pessima a dispetto delle rassicurazioni con cui aveva convinto gli altri Moschettieri a seguirlo.
***
La prima volta aveva sette anni. E ora, a diciotto, si stupiva della facilità con cui recuperava l'immagine di se stesso seduto nel soggiorno, la lettura del giornalino aperto sul tavolo da pranzo interrotta da un suono insolito, lo sguardo calamitato dal televisore rimasto acceso dopo il notiziario, la voce del cronista che faticava a imporsi sul clamore delle tribune, quel canto lento, solenne, struggente. Liverpool-St.Etienne, Coppa dei Campioni 1977: da almanacco vivente qual era diventato, Cédric non aveva difficoltà a collocare i frammenti in un contesto preciso, però il ricordo più vivo era il disagio avvertito quando la mamma gli spiegò che bisognava fare il tifo per i verdi perché erano francesi. Non sono meglio i rossi e il coro dei loro tifosi, si domandò? Chiuse i fumetti, si sedette sul divano - da solo perché la mamma aveva da fare e papà non c'era più - e per la prima volta guardò una partita fino al termine. Tre a uno per i rossi: aveva ragione lui, erano più forti e a renderli invincibili non poteva che essere la canzone.
Non ci pensò più fino a quando, anni più tardi, udì i compagni di scuola scambiarsi commenti eccitati sulla notizia, o leggenda urbana, di un'imminente tournée in Francia dei Pink Floyd. Chi sono i Pink Floyd?, si chiese con l'angoscia di chi, emarginato dai coetanei, contempla per la prima volta l'abisso della propria ignoranza. Eppure il nome gli diceva qualcosa... Ma certo! L'aveva visto su uno degli scatoloni che la mamma aveva portato con sé quando si erano trasferiti a Nizza. La visita in cantina glielo confermò: tre album, si vede che a papà piacevano, l'occasione di un corso accelerato che gli avrebbe permesso di partecipare al dibattito. Musica strana, si disse mentre ascoltava le prime tracce di “Meddle”, fino a quando un brivido rimpiazzò la perplessità: il coro dei rossi, come nella partita in tv! Pochi secondi alla fine della terza canzone, seguiti da un incitamento ritmato, “Li-ver-pool! Li-ver-pool!” Che c'entrava con i Pink Floyd? Il giorno dopo, a scuola, avvicinò i compagni che si vantavano di conoscere vita e miracoli di tutte le band, troppo ansioso di conoscere per lasciarsi frenare dal timore di apparire uno sprovveduto, ma i sedicenti esperti lo delusero. Nessuna informazione utile, a parte il significato del titolo della canzone: “Fearless” vuole dire “Senza paura.” Logico, pensò: chi ascolta il coro non può temere nessuno e quindi vince sempre, come i rossi contro i verdi.
La scoperta successiva, captata una sera al termine del telegornale, lo fece sobbalzare anche più del disco. Il Liverpool a Parigi! Contro il Real Madrid, per la finale della Coppa dei Campioni, un mese più tardi. Non c'era tempo da perdere, occorreva informarsi, farsi trovare pronti quando il televisore avrebbe diffuso il canto degli invincibili. Per quale motivo? Non lo conosceva né gli interessava scoprirlo. Doveva farlo e basta. Avrebbe cercato una spiegazione più tardi, raggiunta l'età in cui ci si chiede come sono nate le proprie manie, e l'avrebbe trovata nel ripetersi, a distanza di quattro anni - intervallo vicino all'eternità per chi viaggia tra l'infanzia e l'adolescenza -, della stessa sovrapposizione tra musica e calcio, coincidenza cui l'imminente arrivo del Liverpool in Francia dava il senso di una profezia.
Per prima cosa rinunciò ai fumetti e destinò l'intera paghetta settimanale a France Football, bibbia del calcio francese e internazionale. Ma la partita era troppo lontana per trovarvi una presentazione delle squadre. Che fare? La soluzione gliela fornì la mamma. Nel ristorante dove lavorava, arrivavano tutti i giorni un paio di quotidiani inglesi, espediente semplice ed efficace per adescare i turisti d'oltremanica. Le sarebbe bastato chiedere al barman di conservarli invece di gettarli nella spazzatura alla fine della serata, così li avrebbe portati a Cédric. Con quasi quarantotto ore di ritardo sull'uscita, ma che importava? Quattro o cinque pagine di sport tutti i giorni, di cui almeno un paio dedicate al calcio: una miniera d'oro. In teoria, perché per sondare il giacimento occorrevano attrezzi di cui Cédric non disponeva.
I giornali inglesi, constatò con orrore, sono scritti in inglese. Come avrebbe fatto a leggerli? Le competenze acquisite a scuola nei mesi precedenti, due ore settimanali sopportate di malavoglia, gli consentivano al massimo di spuntare la sufficienza nelle prove scritte. Come poteva immaginare, prevedere?, si chiese per alcuni giorni, mentre le pagine stropicciate si accumulavano sulla scrivania, indecifrabili, castigo crudele e - dovette riconoscerlo - meritato per la sua pigrizia. Poi un titolo attirò la sua attenzione, e non solo perché era dedicato a un giocatore del Liverpool. Riusciva a capirlo, il poco che sapeva era bastato per una riga di cinque parole! Lo sconforto svanì, spazzato via dalla speranza e dalla scoperta di una verità universale: nulla può arrestare un undicenne motivato che si batte per una causa giusta. Grammatica e dizionario, dizionario e grammatica. Una sera dopo l'altra, Cédric scandagliò ogni sillaba degli articoli contenenti il nome “Liverpool”, ore d’impegno forsennato per abbattere la barriera di geroglifici che si frapponeva tra la sua sete e la fonte della Conoscenza.
Nel giro di quattro settimane, giusto il tempo che mancava alla finale, i suoi sforzi produssero due risultati memorabili. In ordine crescente d'importanza: il massimo dei voti nel penultimo test dell'anno - l'insegnante sembrava sospettosa, cosa poteva nascondersi dietro quell'impresa se non un espediente disonesto? - e la soluzione del mistero “hat trick”, letteralmente “colpo del cappello.” Lo tormentò a lungo, quell'espressione, fino a quando gli riuscì di associarla con un prodigio di "King" Kenny Dalglish: tre gol in una partita sola! Chissà perché la mamma sembrava più interessata al voto che a Dalglish, si chiese mentre attendeva l'inizio della finale di Parigi, seduto davanti alla Tv; eppure era un'adulta, quindi doveva avere chiaro in testa ciò che conta nella vita.
La partita fu brutta e incerta ma Cédric, che drizzava le orecchie a ogni accenno di coro, non era preoccupato: i rossi sono invincibili. Infatti la spuntarono loro e tre anni più tardi, quando Cédric era ormai un malato incurabile, ridiventarono campioni d'Europa. Fu in quella circostanza, durante l'ispezione serale dei quotidiani d'oltremanica, che Cédric trovò il Graal: il titolo e il testo della colonna sonora del Kop, a pochi giorni da un nuovo trionfo europeo dei Reds. Finalmente le note diventavano parole.
Nonostante il minaccioso test di matematica che lo attendeva il mattino seguente, Cédric non esitò a prolungare la veglia per tradurle e scoprire cosa si nascondeva dietro l'invincibilità dei Reds. Quando ebbe terminato, sull'orgoglio per la padronanza della lingua che gli aveva permesso di cavarsela in mezzora prevalse la perplessità. Ciò che aveva scritto lo stupiva e, un po', lo deludeva: malinconia e speranza al posto della gioia incondizionata e delle certezze, una tempesta di pioggia e di vento dove dovrebbe sempre regnare la luce accecante del successo.
Dodici mesi dopo comprese. Mentre si trascinava verso la scuola, un mattino di fine maggio, al termine di una notte popolata d’incubi, il volto terreo, negli occhi le immagini dell'orrore, quaranta morti allo stadio schiacciati da un muretto e dal furore alcolizzato degli hooligans del Liverpool, si sentiva in balia di un uragano. Al suo arrivo, il meno sensibile tra i compagni lo accolse con una battuta - “Visto cos'hanno combinato i tuoi amici inglesi?” - alla quale non ebbe la forza di rispondere, poi gli altri Moschettieri intervennero per fargli quadrato intorno e chiarire che non avrebbero tollerato altre provocazioni. Dopo tutto la canzone dice la verità, si consolò: finché avrò degli amici non camminerò mai solo. E se valeva per gli sfottò di un coetaneo perché non credere che l'avrebbe aiutato nella lotta contro i brutti ricordi? Mentre la passione per il Liverpool, sfregiata dall'Heysel, declinava bruscamente - ci sarebbero voluti mesi perché rinascesse diversa, più matura, assicurava lui, benché gli altri Moschettieri, al riguardo, nutrissero dubbi che il viaggio in Inghilterra avrebbe legittimato - il rapporto con il coro del Kop diventava profondo, personale, definitivo. Li ascoltava spesso, quei pochi secondi al termine di “Fearless”, e dopo si sentiva meglio, più forte, pronto a sfidare la tempesta. Continua a camminare con la speranza nel cuore / e non camminerai mai solo: il messaggio era per lui, l’annuncio di un futuro che avrebbe riempito il vuoto lasciato dal suo dolore più grande.
***
Tre anni più tardi, in piedi sul cemento del Kop, Cédric ascoltava dal vivo quella promessa e strizzava gli occhi per sciogliere il velo che gli annebbiava lo sguardo puntato sull'imbocco del tunnel da dove sbucavano i guerrieri vestiti di rosso, anch'essi - come lui - messi alla prova dal destino, ma determinati a riprendersi l'innocenza, la vittoria, la felicità. Le risate degli amici si spensero, soffocate dalla folla che rumoreggiava e s'increspava come uno specchio d'acqua spazzato dal vento. Resisterle non sarebbe stato consigliabile né possibile, occorreva assecondare la corrente e lasciarsi trasportare, ma l'inesperienza li aveva spinti a prendere posto dietro una sbarra di metallo che, da punto d'appoggio per i gomiti, si era trasformata in uno scoglio su cui le onde dei tifosi si abbattevano per poi ritirarsi e precipitare di nuovo giù. Per mettere al sicuro le costole avevano dovuto spostarsi ciascuno per conto suo, sfruttando gli spazi creati qui e là dal riflusso della marea e guadagnando qualche gradino verso l'alto. Ma non erano più uno accanto all'altro come all'inizio e Cédric, scorgendo tra le sciarpe rosse alla propria destra il volto pallido di Olivier, il timido della compagnia, per un attimo si era sentito in colpa.
Poi si era abbandonato anche lui alle onde, che diventavano cascate a ogni gol dei Reds, cateratte umane che rotolavano verso i cartelloni pubblicitari come per scavalcarli e tracimare sull'erba. Tre o quattro volte, era capitato. Il Liverpool aveva vinto facilmente e Cédric era raggiante, malgrado qualche botta rimediata quando non aveva ancora capito come muoversi tra i flutti. Al ritorno, sul treno, aveva commesso l'errore di confessare che non era riuscito a cantare con il resto dello stadio, troppo emozionato, e gli amici non si erano lasciati sfuggire l'occasione: “In pratica ti sei portato a letto la ragazza più bella della scuola e hai fatto cilecca.” Dicessero ciò che volevano, non gli importava. Anzi, aveva riso con loro. Nulla avrebbe potuto offuscare la soddisfazione piena, perfetta, di aver scritto la pagina più esaltante dei suoi primi diciotto anni.


FINE DELL'ANTEPRIMA
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