lunedì 2 novembre 2020

Fred


Strana coincidenza. Nel giorno in cui un politico ci ricorda che gli anziani “non sono indispensabili allo sforzo produttivo del Paese”, la morte di un ultranovantenne inglese mi colpisce come un pugno nello stomaco. Si chiamava Fred Glover e in questa foto è ritratto insieme con me all’ingresso del Museo della Batteria di Merville (Normandia, Francia). Fred era uno degli ospiti immancabili, forse il più amato, delle celebrazioni che si tenevano tutti gli anni e – spero – riprenderanno dopo l’annullamento forzato del 2020. Ospite d’onore come gli altri veterani che compivano la traversata della Manica, intorno al 6 giugno, per ricordare un altro 6 giugno. Nel 1944 Fred era uno delle centinaia di paracadutisti ventenni, stipati dentro aerei e alianti, che si preparavano a saltare letteralmente nel buio, in territorio nemico, apripista di un’invasione passata alla storia con il nome di D-Day. Il racconto delle sue vicissitudini è qui.
In seguito, i suoi viaggi in Francia sono cambiati. Ad attenderlo non erano più la contraerea e le mitragliatrici pesanti ma l’affetto e la gratitudine di chi faceva la coda per scambiare due parole con lui e con gli altri Padri – poi Nonni – della Libertà. Queste attenzioni gli piacevano e lui faceva di tutto per meritarle. Disponibile, sorridente, simpatico e soprattutto modesto come solo i veri grandi sanno essere.
La foto fu scattata dopo che gli avevo parlato del mio progetto: un romanzo ispirato all’operazione in cui molti dei suoi commilitoni trovarono la morte. Ero preoccupato. Come affrontare l’argomento, visto che non mi conosceva? Come avrebbe giudicato l’idea del passaggio dalla realtà alla narrativa? L’avrebbe trovata offensiva? Lo seguii dentro un tendone allestito per la vendita di cappellini, magliette, portachiavi e altri souvenirs, fonte di finanziamento indispensabile per il Museo. Lo osservai mentre contemplava una scatola di soldatini. Stavo finalmente per rivolgergli la parola quando lo avvicinò una ragazza. Ecco una che ha più coraggio di me, pensai. Mi sbagliavo. Dopo i saluti la ragazza ammutolì e Fred, abituato com’era alle raffiche di domande dei visitatori, sembrò perplesso. “Mi voleva dire qualcosa?”, chiese dopo qualche secondo di silenzio. E lei, abbassando lo sguardo: “No. Solo ringraziarla di avermi stretto la mano”.
Quando si allontanò mi feci avanti. Fred fu gentile, raccomandandomi solo di rispettare la verità storica. Lo rassicurai. Ero lì per quello. Dopo aver studiato i libri volevo visitare i luoghi e incontrare chi, come lui, era presente.
L’ho incontrato diverse volte, negli anni successivi, ma faticavo a conversare con lui. Un po’ per timidezza ma soprattutto per una forma di timore reverenziale. Le interviste ai numeri 1 dello sport non mi hanno mai creato problemi. In fondo sono solo giovani di talento, più o meno intelligenti o viziati. Fred rappresentava la Storia, la Libertà, il Coraggio. Era difficile trattarlo come uno qualunque.
La sua stretta di mano rimarrà tra i ricordi più importanti del sottoscritto e, ne sono certo, di quella ragazza francese. Addio Fred. E soprattutto: grazie.
 
 

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